IL MONDO FATTO A SCALE…

IL MONDO FATTO A SCALE…

Caro Papillon,

durante il tirocinio alla Neuropsichiatria infantile mi è capitato più volte di partecipare alle valutazioni diagnostiche dei cosiddetti Disturbi Specifici dell’Apprendimento (dia-gnosis, cioè conoscere attraverso) ed alle relative riunioni di equipe, senza però mai riuscire a “vedere” per niente i ragazzi, se non attraverso una sorta di griglia composta da righe e colonne, da cifre e percentuali, e l’impressione che ne ho tratto è che se si assume una visione meccanicistica della mente umana si finisce per porsi come meccanici del cervello..

Se la capacità di lettura o di calcolo fossero singole parti di un ingranaggio infatti, ben farebbe chi le tratta come.. rotelle fuori posto!

Nella ricerca scientifica però non sempre misurare vuol dire conoscere, e a furia di insistere col dividere e sezionare si finisce presto per perdere di vista l’insieme.

Se in alcuni contesti uniformare i criteri e standardizzare le procedure ha portato ad abbattere le barriere linguistiche tra gli addetti ai lavori, di fatto ha prodotto una deriva tra continenti, con ragazzi e famiglie da una parte, istituzioni scolastiche dall’altra, ed il clinico (cioè “colui che legge”) a fare pressappoco da passacarte.

Eppure la sensibilità è una caratteristica assai ricercata e preziosa nelle scienze mediche, indice di precisione di qualsiasi strumento diagnostico..

Così ho iniziato a pormi alcune domande:

Come si è arrivati sin qui?

A quando risale l’origine della psicometria (cioè i primi tentativi di “misurare” la mente) e a quali conseguenze ha portato?

Ne ho approfittato per fare un po’ di ricerche..

La storia dei DSA comincia in America alla fine degli anni ’50 (in concomitanza con la sintesi e l’utilizzo degli psicofarmaci) e sono di quel periodo le prime definizioni relative ad “un insieme di disturbi nei quali non sembra compromessa l’intelligenza” ma in cui i risultati scolastici risultano comunque penalizzati.

A cosa poteva portare tale “scoperta” in una cultura in cui l’ossessione per la performance combinata con la riduzione semplicistica del “di più è meglio” la facevano già da padrone?

A prescrivere anfetamine legali (leggi: droghe!) capaci di aumentare la concentrazione ed il rendimento scolastico dei ragazzi (importando di fatto la pseudocultura del doping nelle aule scolastiche) fino a medicalizzare e “curare” pazienti-sani per ottenere così le borse di studio necessarie all’accesso ai college più prestigiosi.

I soliti americani verrebbe da dire, eppure la psicometria (e i primi test per la misurazione delle capacità intellettive, il cosiddetto QI) era nata in Francia ben prima, agli inizi del Novecento.

Introdotti nelle scuole con l’intento di misurare il rapporto tra età mentale ed età anagrafica degli alunni infatti, se la proposizione originaria era quella di individuare i ragazzi “in ritardo” per potergli affiancare insegnanti di sostegno (cui fece da contraltare quella di emarginarli tout-court, istituendo le famigerate classi differenziali), alcuni storici affermano che fu proprio partendo da tali misurazioni che trassero spunto alcune delle deliranti teorie del periodo nazista volte all’eliminazione dei disabili mentali, a testimonianza di come il “metodo scientifico” basato sul pensiero lucido e razionale possa arrivare ad agire una simile atrocità.

Come se certe prassi non fossero altro che la sperimentazione di un protocollo (in fondo la fisica di quel periodo ha prima prodotto l’atomica e poi polverizzato Hiroshima) tanto che se in futuro si volesse continuare ad accanirsi nel misurare l’intelligenza con l’asticella, si farebbe bene a tenere a mente anche alcuni dei risultati sin qui ottenuti:

Hermann Göring, ideatore dei campi di concentramento e sterminio, risultò avere un QI pari a 138 che, tabelle alla mano, lo porrebbe di poco sotto la soglia del genio..

Chissà poi perché tanta insistenza a voler dividere invece di mettere insieme, ad osservare la superficie invece di andare in profondità: se un ragazzino non riesce a stare seduto o se fa fatica ad imparare le tabelline, via con i test e con i questionari, fino ai BES e ai PDP, che se mi fossi trovato in ambito organico (per esempio ad Ortopedia) sarebbe stato come dare dello zoppo a uno che ha le vesciche, prescrivendogli le stampelle senza nemmeno guardargli i piedi..

Eppure lo sanno anche i bambini che l’essenziale è invisibile agli occhi (fisici!) e se è vero che qualunque domanda deriva da un difetto di conoscenza, è proprio il difetto insito nella risposta a poter peggiorare (e non di poco!) le cose..

A proposito di risposte poi..

Durante il lockdown, con i ragazzi giocavamo spesso ad inventare definizioni delle parole crociate

Me ne ricordo una in particolare:

“Quattro lettere, finisce per E: se gli tiri un bastone te lo riporta”

Una ragazza guardando assorta la pioggia fuori dalla finestra ha risposto “Il mare…”

Ecco, caro Papillon, mi domando spesso: ma alla poesia che punteggio vuoi dare..?

Marco Randisi

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Commento

  • Mi hai ricordato il caso di un ragazzo che ho seguito per un lungo periodo. Mi è stato descritto come discalculico e stop. Poi l’ho conosciuto e c’era un mondo inesplorato, fatto soprattutto di rabbia. Ma ovviamente non c’era scritto nella valutazione!(come fossero solo una lista di dati secondari). Solo numeri e misure. Quando fai l’esempio di quello con le vesciche a cui danno dello zoppo, mi trovi assolutamente d’accordo. Questo ragazzo si, è vero, ai test standardizzati aveva un punteggio sotto la media, ma non mi era stato detto che aveva anche comportamenti autolesivi(sono meno importanti perché non compromettono il risultato scolastico?) Quel ragazzo, e non solo lui, ha espresso il proprio malessere in quel modo e va ascoltato senza ridurlo soltanto ad un problema di apprendimento. Perciò ti ringrazio per questa lettera e per come hai raccontato la risposta poetica di quella ragazza.

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