TRAINSPOTTING

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Caro Papillon, 

sono alla stazione, i treni fischiano, le persone corrono. C’è un viavai continuo e qualcuno inciampa per la fretta. Mi ritorna in mente un film, dove dei ragazzi, lontani da quel viavai, andavano su una collinetta e guardavano i treni passare. Loro avevano scelto di non scegliere quella vita frenetica e, quei treni, che gli altri prendevano, erano la metafora di quello a cui loro avevano rinunciato. 

Iniziava così…

“Scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxitelevisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchina, lettore cd e apriscatole elettrici. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz, mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine, scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio, ridotti a motivo di imbarazzo di stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi” 

Avevano detto di no a quel mondo, per poi diventare eroinomani. 

Il binario culturale, ben dritto e sicuro, lo avevano lasciato perdere, ritrovandosi però nella malattia mentale. Come se non fosse possibile pensare ad una vita e un’identità diversa da quella imposta. Come se andare fuori da quei binari significasse andare fuori di testa. 

Quando ero al liceo eravamo focalizzati sul presente. Non capivamo niente e non sapevamo nulla, vivevamo senza pensare più di tanto al futuro, senza troppi programmi. E dopo la scuola?  “Boh, beato chi c’ha n’occhio!”

All’università già era diverso, uno il futuro doveva un po’ immaginarselo. E chi non ce la faceva, decideva di restare tra i libri ancora un po’. Il mondo correva più di noi e cercavamo di stargli dietro. 

Poi però, finiti anche i libri, sono arrivati il lavoro, gli orari, i colleghi, le corse, le spese. Cavolo, eccolo il futuro. 

E allora si, il mondo è incerto, tu sei incerto, servono certezze, servono soldi, una casa, una moglie, un contratto! Quel treno sembrava l’unica realtà possibile, quella giusta, quella che i tuoi approvano, che tutti cercano, che tutti aspettano. 

Anche oggi si corre. C’è un’aria pesante in giro, la senti anche tu?

La guerra, il covid, il mondo che va veloce (e a destra) e tu che devi stare al passo ma devi anche resistere. Spinti verso l’individualismo del capitalismo e la morte della collettività. Fare. Fare. Fare, ma senza un pensiero che non sia legato all’utile.

Vedo i miei coetanei e vedo due mondi. Mentre c’è chi sceglie di prendere lo stesso treno dei genitori, c’è chi su quella collinetta sente di voler deviare da quella norma, ma senza ammalarsi e senza credere che non esista che il conosciuto. Insomma, cerca una sana ribellione.

Perché anche se è sicuro, se è quel che conosciamo, può essere una dimensione stretta. Che alle volte serve per silenziare un malessere e non tiene il passo con le esigenze di ognuno. Una frustrazione legata al sentire che si vuole altro, anche se quel “altro” non si vede ancora. 

 Fatti non foste, per viver come bruti, ma per realizzare sé stessi. E invece questa normalità, intesa come norma, t’ammazza. Perché ammazza la creatività. La sensibilità. E a volte non te ne accorgi nemmeno, senti solo una pressione a cui non sai dare un nome e c’è chi se ne fa una colpa. Come se fosse davvero anomalo volere altro, perché se non la accetti ti senti tagliato fuori. 

Sembra quasi uno scontro…essere o non essere?

E quindi correre, fare, produrre. Come dovessi sbrigarti a fare tutto, e ogni aspetto della vita diventasse qualcosa da dover fare in quel preciso momento altrimenti, sei già vecchio, o sei fuori tempo massimo.

Ma questa è l’illusione. C’hanno riempito di cose e ci siamo accorti che ci toglievano l’essenziale. 

Perché poi uno si chiede…e io? Dov’è la mia creatività?  Che si ritrovi nel rapporto sano con l’altro?  

Sarebbe bello potersi confrontare su questo. Anche perché il panorama politico non sembra interessarsi all’essere umano.

…sai che c’è, esco dalla stazione e vado a piedi.

Vieni con me?

Gianluca Ambrosini

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Commenti (5)

  • Tra la scuola della prestazione e il miraggio/capestro di un lavoro che “rende liberi”, tra il diventare adulti ed il
    non voler essere come certi adulti, stretti tra l’essere e il dover essere, che in mezzo ci sia.. il tempo?
    Denso di coraggio e resistenza, di attesa e di ricerca, qualsiasi processo, che sia di crescita di apprendimento o di cura, necessita di essere protetto..
    Ai ragazzi del film, finiti sul binario morto della ribellione cieca, così come a quelli “interrotti” di cui scrivi sarebbe bello riuscire a dare anche risposte “politiche” quindi si, certo!
    Train de Vie..?

  • Vengo anch’io Gianluca! Con il cuore
    che batte forte e le mani che sudano…
    Con un po’ di timore ogni tanto guardo indietro, ma la stazione già non si vede più.

    – che bella lettera!

  • Per tutta la vita ti spingono a salire su quel treno per paura che tu passa sederti sulla collina, o diventi “normale” oppure vai incontro alla distruzione!
    Eppure come dici te c’è un altro modo, un’altra strada che si può percorrere passando magari per mari, fiumi, monti e a volte anche colline e allora sì, andiamo a piedi e diciamolo a tutti che si può fare, che se non si è “normali” non si muore… anzi.

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Foto scattata da: Dex Planet
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