Itinerari senza meta

Itinerari senza meta
La normalità è una strada asfaltata: è comoda per camminare, ma non vi crescono fiori. Van Gogh

“Non sono mai riuscito a farti fare le cose normali” mi ha detto papà qualche giorno fa. Lui parlava di lavoro, matrimonio, figli e mutui e io ripensavo ai tanti no che negli anni ho dovuto giustificare. Avrei potuto lavorare con lui evitando stage non pagati, accettare il posto fisso nella città in cui ho studiato, sposarmi…

Non sono sicura che sarebbe stato più semplice seguire un percorso tracciato, ma sicuramente sarebbe stato “normale”.

Mi chiedo allora cosa sia questa normalità, quella delle tappe importanti che si festeggiano, quella dell’ “ormai ho l’età giusta per” e a cosa porti; oggi so che dire no a qualcuno o a qualcosa non significa necessariamente dire si a se stessi. Per anni mi è bastato sapere che non avevo una meta per la quale tracciare una traiettoria, ma che mi sarei mossa di pancia, accettando il rischio di sbagliare.

Ripenso a quando giovanissima ho sentito che la religione non mi corrispondeva più, ero consapevole di iniziare un percorso lunghissimo con la volontà di liberarmi di un pensiero religioso, ma non mi rendevo conto che stavo andando incontro a un’altra ideologia, la mia ribellione non era intima e personale, ma contro gli altri, gli amici e i parenti normali che avevano accettato di essere cattolici per comodità.

E quando 11 anni fa ho detto no a tante cose, a situazioni dalle quali volevo liberarmi andando lontano, ho pensato a una realizzazione, a una ricerca che mi avrebbe arricchita di esperienze. Ci sono voluti molti anni per capire che stavo scappando, che era difficile fare i contri con la mia normalità tanto rinnegata e che la giusta distanza non è fatta di km.

Se però la normalità è conformità alle aspettative collettive provo a capire cosa la società si aspetti oggi da noi e come siamo arrivati a sentirci in dovere di ignorare il nostro corpo e le nostre sensazioni. Impariamo a fare le cose giuste, o quantomeno ci convinciamo di doverle fare, senza mai domandarci chi ha stabilito una volta per tutte queste categorie e chi ha il diritto di imporle agli altri.

Basaglia affermava che “da vicino nessuno è normale” per giustificare la chiusura dei manicomi che fissavano in maniera irreversibile chi era un malato di mente e chi no. Forse oggi dovremmo chiederci invece se proprio dietro questa anelata normalità non si nasconda talvolta qualcosa di non propriamente sano.

Accetto che per molti sia più facile avere una guida, un sentiero da seguire per illudersi di avere la certezza di non sbagliare, ma quando scopriamo che le cose giuste non esistono in termini assoluti cerchiamo una libertà che comporta separazioni e responsabilità, che spaventa, ma che fa stare bene.

Maria Pranzo

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