IL MOMENTO DEL “LESSON LEARNED”

IL MOMENTO DEL “LESSON LEARNED”
È estate, e l’estate per ogni insegnante è il momento del “lesson learned”, domande come, pensieri come: “certo quel ragazzo lì ha reagito bene a quel discorso là”…, fanno compagnia alle giornate vissute, anche con consapevole necessità, lontano dal vortice che sai ti risucchierà dei cento e più rapporti che ti richiederanno quotidianamente di nuovo da settembre quei ragazzi di cui tanto si scrive, si parla e si giudica nel comportamento ma che, nella mia esperienza, sempre meno si conosce e si riesce a raggiungere.
Leggo da tempo, anche tra le pagine di questo blog articoli e riflessioni su cosa non può (più) essere la Scuola. E mi ritrovo quasi sempre d’accordo al cento per cento con quanto leggo. Sono un’insegnante di quelli che la Scuola l’hanno scelta e tutte le critiche mi interpellano sempre, mi scuotono e mi stimolano a riflettere. Capisco che la pandemia ha accelerato un processo che andava avanti da tempo, e questo non è stato un male perché ci ha tolto l’alibi del (far finta o voler) non vedere che la Scuola ha perso terreno importante nel dialogo con le nuove generazioni.
E allora, mi dico da un po’ che mi piacerebbe nascesse un tempo e un luogo (anche virtuale) in cui stabilmente gli insegnanti potessero parlare di formazione, di crescita, mettere a fattor comune esperienze riuscite, sperimentazioni e fallimenti. E mi piacerebbe poter formare, insieme ai ragazzi, a chi ha a cuore la Scuola, ma più in generale, ha a cuore la formazione di questi giovani, una riflessione comune, più strutturata e profonda su come ci piacerebbe la Scuola, sulle cose che la Scuola non può prescindere di essere oggi per le nuove generazioni, con la consapevolezza che non può essere tutto ma non per questo sottrarsi ad un ruolo centrale che continua ad avere nolente o volente, come la pandemia ci ha palesato negli ultimi due anni.
E mi piacerebbe partire dalla figura dell’insegnante.
Se chiedessi ad un gruppo di persone, che abbiano almeno superato i trentacinque anni, di ricordare qualcosa dei propri insegnanti, tutti o quasi, come potrei fare io, racconterebbero di quello che è rimasto nel cuore, di quello che ha segnato la vita (non è detto sempre in meglio) o di quello che era veramente un tipo originale, di quello proprio tosto sì che però … le sue lezioni le ricordo ancora dopo anni. Insomma, parlando della mia esperienza alle superiori, in un tempo non molto lontano, la figura del professore aveva un suo perché!
Oggi questa cosa non succede più così frequentemente: per le nuove generazioni questa cosa non vale e non perché la classe insegnante non abbia in sé persone di spessore capaci di incidere nella vita e nei rapporti.
Dobbiamo, da insegnanti, tenere presente che un tempo, nel prendere distanza dalla famiglia, gli insegnanti rappresentavano il nuovo, il riferimento con cui curiosi andare a giocarsi il rapporto, le idee, quell’identità sociale appena formata. Oggi non è più così: come si direbbe in termini di concorrenza, oggi noi insegnanti abbiamo perso un vantaggio competitivo, non siamo più in monopolio, i giovani, ‘curiosi’ e pronti a giocarsi nuovi rapporti si rivolgono altrove, al mondo dei social e trovano, di buono e di meno buono, superficiale o profondo ma trovano.
Mi rendo conto che qui si apre un capitolo enorme ma mi piaceva portare questa considerazione in risposta a quegli insegnanti, me compresa, che, nella migliore delle ipotesi certe volte si sono trovati a dire: “non sono più quella di una volta, una volta li tenevo inchiodati con una bella lezione anche un’ora intera!” e nella peggiore delle ipotesi: “Ah i giovani di oggi …” lascio a voi finire la frase. E invece la riflessione che mi viene è che tocca ridisegnare il ruolo del professore: oggi più che mai diventa chiaro che non funziona più, almeno facilmente, l’essere veicolo di idee, nozioni e competenze, oggi non ci tocca forse di più suscitare domande, indurre approfondimenti, riflessioni e critiche? Accompagnare stando a fianco piuttosto che stare davanti tirando la mano?

Angela Cafiero

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Commenti (2)

  • Mariantonietta Rufini

    Cara Angela, grazie per la bella e intensa lettera. La tua analisi su quella che definirei sinteticamente una crisi del ruolo degli insegnanti mi ha molto colpito soprattutto perché, proprio in questi giorni di vacanza intrisi di pensieri e riflessioni sul difficile tempo trascorso, non faccio che chiedermi come fare per far comprendere alle ragazze e ai ragazzi che potremmo stare “a fianco”, come dici tu, e non uno di fronte all’altro separati da quella cattedra che la DAD, con tutti i suoi difetti, ha cancellato almeno virtualmente.
    La difficoltà più grande che questo difficile periodo, che probabilmente non è ancora terminato, ha fatto emergere con maggiore evidenza è stata proprio quella di condividere. Avrei voluto spiegare alle ragazze e ai ragazzi che risposte belle e fatte io non le ho, non le abbiamo noi insegnati, e dobbiamo cercarle insieme.
    Mi piacerebbe dir loro che la scuola così com’è non mi piace, come non piace a loro e che l’unica soluzione è cercare di cambiarla insieme.
    Allora, troviamo “un tempo e un luogo (anche virtuale)” dove portare esperienze, idee, proposte e coinvolgiamo in questo anche ragazze e ragazzi che magari possono regalare contributi importanti e quel punto di vista sulla scuola, ma direi anche sul mondo, che forse dalla cattedra ci sfugge.
    Grazie ancora e, per ora, buone vacanze… con la promessa di incontrarci presto (anche online).

  • Grazie Mariantonietta, a presto. Leggendo le riflessioni profonde dell’articolo “Dormi, fatti i fatti tuoi!” mi torna la convinzione che il primo mostro a sette teste da affrontare è il modo di fruire dei social, dal modo di farci sostituire dall’avatar’ di noi stessi, al farci stordire da ore passate apparentemente ad un pur necessario oziare, bombardati da informazioni e immagini che cambiano e formano le nostre idee, da come e cosa apprendiamo e come, nei fatti, modifichiamo in questo modo anche il modo di apprendere, formarci e farci delle competenze. Provare a riflettere insieme senza demonizzare per aggiungere consapevolezze al nostro modo di utilizzare strumenti potenti e utili, parte integrante delle nostre vite.

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