Un anno difficile

Un anno difficile

Poco più di un anno fa, il 4 marzo 2020, è stato emanato il primo DPCM che ci ha messo di fronte a qualcosa che non avremmo mai immaginato. In un primo momento sembrava essere una questione di una, forse due settimane ma poi è diventato sempre più chiaro che sarebbe durato a lungo. Il virus non era più soltanto un problema circoscritto a Wuhan e nemmeno a Codogno, ormai circolava ovunque ed il rischio di contagiarsi era di colpo diventato reale.

Mi sono trovato improvvisamente, dopo tanti anni di psicoterapia individuale e di gruppo, nell’impossibilità di svolgere il mio lavoro.

Sapevo di colleghi che erano passati, senza soluzione di continuità, alla psicoterapia online. Altri che invece, approfittando di locali molto ampi, continuavano la psicoterapia “in presenza”. Rispetto a quest’ultima opzione, due cose mi preoccupavano: far girare, soprattutto i ragazzi, nei mezzi pubblici con il virus che circolava e, forse ancor di più, l’idea che qualcuno potesse eventualmente poi sentirsi responsabile di avermi contagiato. Tutti gli addetti ai lavori sanno quanto possa essere difficile superare un’idea di colpa di questo genere da parte di un paziente.

Per quanto riguarda la psicoterapia online, avevo fatto in passato colloqui con questa modalità ma erano sempre state situazioni di emergenza, perlopiù pazienti che si erano trasferiti all’estero durante la cura. Ma non avevo mai pensato di fare una psicoterapia online in maniera continuativa o definitiva, men che mai una psicoterapia di gruppo.

Non riuscivo ad orientarmi, avevo bisogno di tempo. Inizialmente ho rinviato di una settimana, poi di un’altra, pensando anche di frazionare i gruppi rendendoli più piccoli per poter rispettare le distanze imposte, ma i rischi di contagio di cui ho parlato mi sembravano ancora troppo elevati. Arrivai così a sospendere la psicoterapia per ben tre settimane, mai successo in tanti anni.

Sapevo che la più grande violenza che può esserci in una psicoterapia (e non soltanto) è l’assenza ma se ci limitassimo a considerare l’assenza in termini materiali vorrebbe dire non aver capito niente dell’assenza stessa. Pensavo infatti che la vera assenza sarebbe stata proporre la psicoterapia online all’indomani del DPCM. Perché? Perché non mi sentivo convinto: dover mettere un vetro, un oggetto inanimato, freddo, tra me e i pazienti mi lasciava molto perplesso. Rischiavo di confondermi, di non essere certo che lo avrei fatto per loro: e se invece fosse stato per un mio bisogno? Se il terapeuta ha bisogno del paziente e non viceversa, la psicoterapia cessa di esistere. Dovevo aspettare, far decantare quel momento, dovevo arrivare ad una visione chiara, mi serviva tempo. Sapevo, sentivo che i pazienti avrebbero compreso che quella pausa non prevista non era un’assenza, anche per il rapporto che c’era stato fino ad allora. Avevo comunque dato la mia disponibilità a tutti quelli che ne avessero fatto richiesta, a vederci a studio oppure online. Tranne una piccolissima minoranza, i pazienti seppero aspettare, certi che quella pausa improvvisa non fosse un abbandono.

In quel periodo c’era stato, tra colleghi che conoscevo, un dibattito a cui non avevo partecipato personalmente. Un dibattito molto acceso in cui c’erano due fazioni ben distinte: chi era favorevole all’online e chi contrario. Devo essere sincero: quel dibattito è servito ben poco a dipanare le mie incertezze anche perché ho sempre pensato che il setting (cioè quell’insieme di accordi sulle modalità della psicoterapia, l’orario della seduta, il luogo, l’onorario, la pausa estiva, ecc.) sia qualcosa che si definisce tra terapeuta e paziente e nessun’altro al di fuori dei due può metterci bocca.

Mi ricordo quanto ci fece sorridere sapere che al convegno della PSI (Società Italiana di Psicoanalisi) di tanti anni fa si decideva, per tutti gli analisti, quante sedute avrebbero dovuto fare a settimana. Un anno passarono da cinque a quattro! Tutto a prescindere dal paziente, anzi no, dall’analizzando che si aveva di fronte. Arrivarono addirittura a dire che era il setting che curava: ma quando mai! Al più è un controllo, un contenimento, un sostegno ma che il setting possa curare non esiste proprio. La funzione sostanziale del setting è quella di tenere fuori dalla seduta il cosiddetto esame di realtà, affrontare una volta per tutte le questioni pratiche per non doverci tornare più, permettendo così che nella seduta stessa ci sia soltanto un rapporto profondo non razionale.

Mi tornano alla mente due episodi. Uno risale a circa trent’anni fa, quando frequentavo il Servizio Speciale di Psicoterapia della facoltà di Psichiatria. Avevo portato un caso clinico per discuterne insieme ai colleghi ed al professore. Si trattava di una ragazza che stavo seguendo al Centro di Salute Mentale. Ad un certo punto dissi che con questa ragazza le sedute duravano trenta minuti: apriti cielo! Iniziarono le interpretazioni più fantasiose: “la vedi solo 30’ perché ti sta antipatica!”, “non reggi il suo stare male!” e cose di questo genere. In realtà non mi stava affatto antipatica o altro. Pensavo solo che per lei fosse meglio così. Riuscii a mettere fine a quelle bizzarre interpretazioni, facendo una domanda ingenua: “Ma perché, secondo voi, qual è la durata giusta di una seduta?” Seguì il silenzio generale!

Un’altra cosa che mi torna in mente fu quando decisi di abolire il lettino. Fino ad allora c’erano state ampie dissertazioni sulla validità del lettino in psicoterapia, però a me quel lettino non corrispondeva più, non mi suonava più e l’abolii. Mi risulta che oggi la stragrande maggioranza dei colleghi non lo usi più.

Ma torniamo a noi. Passate quelle lunghissime tre settimane, avendo ben chiaro che un ulteriore protrarsi della pausa avrebbe potuto compromettere il senso stesso della psicoterapia, il 29 marzo convocai tutti su Zoom per comunicare che l’indomani avremmo ripreso la psicoterapia su una piattaforma online in maniera, per così dire, sperimentale. Fu un incontro emozionante e lì capii e capimmo che ce l’avremmo fatta a rompere quel maledetto vetro che tanto mi spaventava perché sapevo benissimo che una psicoterapia senza il sentire del corpo non serve a niente. O forse serve a diventare bravi, sapienti (saccenti?) per aver “imparato” un sacco di cose senza però aver trasformato la propria realtà interna, diventando così degli integralisti predicatori della psicoterapia che vomitano addosso al prossimo cose ingurgitate ma mai fatte proprie.

Così scoprimmo che non solo si poteva fare la psicoterapia online, o meglio che noi potevamo farla, ma che ci permetteva anche di mettere tra parentesi lo spazio e far sì che il gruppo comparisse a quell’ora per poi sparire dopo due ore o due ore e mezza e realizzare così, in solitudine, quella memoria fantasia così importante dopo una seduta riuscita, eliminando quell’idea di comunità che non sempre va d’accordo con una valida psicoterapia.

Era come se quella situazione avesse costretto tutti a trovare una realtà interna più ampia, una maggiore affettività. I sogni in cui ci si trovava ad avere una casa più grande o in cui si scopriva di avere un’ulteriore stanza fino ad allora sconosciuta, si moltiplicarono.

E, forse anche a causa di questo maledetto virus, che ci ha fatto capire quanto sia facile ammalarsi stando nei luoghi chiusi e ci ha costretto ad aprire le finestre, è nato Papillon, una boccata d’aria pulita! Ed io sono andato via dallo studio associato che non mi corrispondeva più.

Oggi la psicoterapia online ci permette di continuare il rapporto con un ragazzo che va in Erasmus, con persone che sono all’estero o comunque lontane da Roma, di iniziare una psicoterapia ovunque l’altro si trovi, e non è poco!

Tutto chiaro allora? Forse no ma la ricerca, per fortuna, continua…

Marco Michelini

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