ULTERIORI RIFLESSIONI SUI DSA

ULTERIORI RIFLESSIONI SUI DSA

Ritorno su un tema già dibattuto in questo blog (fu il primo articolo scritto da me nell’ormai lontano novembre 2020, “Disturbi specifici di apprendimento. Cosa ci dicono i bambini?”), perché in questi giorni ho letto un articolo inviatomi da un collega psicoterapeuta e poi altri ancora questo mese a causa del fatto che dal 3 al 9 ottobre si è celebrata la VII settimana nazionale della dislessia, organizzata da AID Associazione Italiana Dislessia contestualmente alla European Dyslexia Awareness Week, promossa dalla European Dyslexya Association (Eda).

Nell’articolo di Repubblica nella sezione “Salute” del 2 ottobre 2022 dal titolo “Il bambino è pigro e svogliato? Macché, ha un disturbo dell’apprendimento” si parla di DSA e dell’impatto che questi hanno sul percorso scolastico e lavorativo di milioni di persone. (http://repubblica.it/salute/2022/10/02/news/settimana_nazionale_dislessia_disturbi_dellapprendimento-367393303/) .

Inizialmente, con il solito ottimismo che mi contraddistingue, speravo di leggere qualcosa di diverso in merito. Questo perché una delle frasi di apertura affermava che questi disturbi non sono malattie e non sono provocati da danni organici né dipendono da deficit neurologici o intellettivi. Poi, proseguendo la lettura vengono citati problemi psicologici e ambientali e una parola sulla quale vorrei soffermarmi: “neuro-diversità”.

Cerco il significato di questo termine e trovo: definizione interessata alla promozione dei diritti e alla prevenzione di discriminazioni nei confronti di persone neurologicamente diverse dalla popolazione “neurotipica”. (https://www.stateofmind.it/2018/12/neurodiversita-definizione-dibattito/), (https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2019/11/10/talenti-neurodiversita-normalita/?refresh_ce=1) .

Ma quest’ultimo termine cosa indica? Il termine è una forma abbreviata per indicare persone neurologicamente tipiche.

Quindi con il termine neuro-diversità si vanno ad indicare diverse modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte in diversi processi, ed essendo queste delle specificità umane che rendono differenti i modi di apprendere, socializzare, percepire e comunicare, non vanno curate. Non se ne può guarire.

Sono la prima ad affermare (sostenuta da dati scientifici) che queste difficoltà non hanno cause organiche e/o neurologiche, ma a seguito di alcuni approfondimenti restano comunque ulteriori incongruenze che meriterebbero attenzione.

Perché, se parliamo di specificità individuali, si evince ancora questa esigenza di suddividere le persone in neurodiversi e neurotipici? In sostanza tra perone che funzionano normalmente e no? Che significa? Normali rispetto a chi e a cosa?

Mi ci rompo la testa ma se si afferma che un disturbo non è una malattia.. da cosa non si può guarire? Da avere caratteristiche personali, tipo avere delle predisposizioni piuttosto che altre? E se questo può essere esteso non solo all’apprendimento ma anche alle capacità comunicative, relazionali o non saper disegnare o comporre poesie …da cosa non possiamo guarire? Dall’essere unici?

Mi sembra di vivere in un’epoca in cui viene richiesto continuamente di appartenere a certi standard; un’epoca che va a medicalizzare organicamente ogni cosa basandosi esclusivamente sui sintomi invece di preoccuparsi delle cause.

Un’epoca dove è più semplice dispensare e compensare, ovvero non far fare le cose invece di farle fare per come si riesce, seguendo tempi e modi più adatti a chi in quel momento si trova nella situazione. Lasciare che ognuno potenzi ed esprima le proprie capacità invece di concentrarsi su cosa gli riesce meno bene.

Sento parlare di un mondo senza etichette, dove promuovere inclusione e innovazione ma la parola neurodiversità mi porta un po’ fuori strada.

Mi viene in aiuto una interessantissima intervista che ho visto del 3.10.2022 a Raffaele Iosa (pedagogista, ex maestro, direttore didattico e ispettore scolastico). (https://www.tecnicadellascuola.it/aumentano-a-dismisura-gli-alunni-con-dsa-le-cause-sono-tante-anche-sociali-e-culturali).

Iosa prende in considerazione interessanti questioni affermando che per quanto riguarda la diagnosi dei DSA vengono presi in considerazione soltanto dei test cognitivi che, considerando soltanto i sintomi, vanno ad escludere molte cose della persona in senso più ampio. Pone l’accento su una questione delicata come quella della reazione dei genitori a queste diagnosi (che spesso si sentono sollevati dal fatto che i figli sono semplicemente “diversi”) e della poca formazione degli insegnanti o sulla qualità degli insegnamenti. Iosa esprime molto coraggiosamente le sue idee rispetto questi temi sapendo che sono figli di una enorme battaglia culturale alla quale forse ancora non si è pronti. Afferma anche che ci sarebbe da porsi molte domande sul crescente numero di queste diagnosi, che nel 95% dei casi sono erogate da strutture private.

Sostiene che la pedagogia subisce una pesante sconfitta nei confronti del mondo accademico e clinico e che questo non giova affatto alla crescita e allo sviluppo dei più piccoli.

Nei diversi approfondimenti fatti nell’ultimo periodo sento ridondanti le parole “normale” e “diverso”. Ma a chi importa davvero classificare le persone in queste due categorie? Chi di noi sarebbe in grado di classificarsi da una parte invece che dall’altra? E in base a cosa soprattutto?

L’unica cosa davvero importante sarebbe quella di stare bene e di poter esprimere le nostre unicità e predisposizioni in favore di una vita che ci permetta di realizzarci.

Non vorrei tornare su temi politici ma l’intervista a Iosa mi ha ricordato che la legge 170 è stata approvata all’unanimità in pieno governo Berlusconi; non so bene il nesso che mi viene da fare, ma questo pensiero mi suggerisce una affermazione: Gli esseri umani non sono strumenti finalizzati all’ “utile”, non sono macchine tutte uguali destinate a mandare avanti la società come piccoli robot di fabbrica. Non nascono per riprodursi o produrre. Non vanno classificati in “difettosi” e “perfetti”, “giusti” e “sbagliati”. A me piace il termine UNICITA’. Possiamo, davvero, puntare a questo?

Valeria Verna

EmailWhatsAppFacebookTwitterLinkedIn

Commenti (2)

  • Bellissimo articolo !!! Quanto ci si può sentire inadeguati in una società che richiede la perfezione , la parola UNICITÀ valorizza la persona e non solo cosa fare .

    Grazie

  • Grazie a te Silvia per il commento e la giusta osservazione. Penso inoltre che la pressante richiesta di perfezione limita la cosa più importante che abbiamo, ovvero la nostra Libertà.

Commenta l'articolo

ULTERIORI RIFLESSIONI SUI DSA
Foto scattata da: Yan Krukov
Rimani aggiornato! iscriviti alla nostra newsletter