TRISTEZZA E DEPRESSIONE. SANITA’ E NORMALITA’.

TRISTEZZA E DEPRESSIONE. SANITA’ E NORMALITA’.

Riflettevo sull’incontro del 17 giugno, sui temi e le domande che hanno proposto nel video gli studenti del liceo Grassi di Latina e pensavo che questi ragazzi non cercano una libertà tout court,  vogliono “strappare male i bordi” ma non cercano tanto una libertà quanto piuttosto una realizzazione di se stessi. Pongono infatti l’accento sulla necessità di stare bene, sull’esigenza di superare le proprie problematiche che riconoscono con onestà e pulizia: “Ci voleva la pandemia per farci capire quanto stavamo male!” Siamo quindi distanti dal pensiero del ’68 in cui c’era una pretesa di libertà fine a se stessa senza preoccuparsi se questa libertà fosse supportata da una sanità. Qualcosa del ’68 sembra invece riecheggiare nell’attuale dibattito sulla sessualità dove, a mio avviso, si fa una gran confusione tra i sacrosanti diritti civili e la ricerca sulla salute mentale. 

Per potersi permettere di “strappare male i bordi” credo sia indispensabile fare chiarezza su alcuni termini che spesso vengono usati come sinonimi ma sinonimi non sono affatto, tutt’altro. Mi riferisco ad esempio alla confusione che si fa tra tristezza e depressione. La tristezza è una sana reazione umana a certe situazioni della vita mentre la depressione è una patologia psichiatrica. Ma sanità e malattia vengono tranquillamente scambiate e confuse. Si è detto che con il lockdown c’è stato un grande incremento dei sintomi depressivi, soprattutto tra i giovani. Intanto ci sarebbe da chiedersi se questi sintomi siano stati provocati dal lockdown o il lockdown ha solo slatentizzato, cioè reso evidente qualcosa che era già presente in forma nascosta. Ma poi, siamo proprio sicuri che fossero tutti sintomi depressivi? O si è trattato invece anche di una sana reazione di tristezza che quella situazione imponeva? Mi interessa poco, in questo momento, stare a vedere di preciso di cosa si trattasse veramente, quello che mi sembra ora più importante è sottolineare quanto sia falsa questa immagine di felicità che vogliamo che i ragazzi ci rappresentino tale per cui se un ragazzo è triste rischia di essere visto come malato. Lo stare bene non è affatto uno stato di felicità permanente. Dirò di più, sapersi vivere la tristezza, saperla tenere e reggere, è caratteristico di chi ha un Io valido, che non ha il terrore di andare in pezzi se si sofferma a cercare di capire ed elaborare le situazioni negative. Ribalterei quindi completamente il discorso affermando che invece colui che si gira dall’altra parte, che è continuamente alla ricerca del divertimento e dello sfogo per non pensare ai propri problemi, per buttarseli dietro le spalle, ha un Io debole che sente che andrebbe in pezzi se facesse i conti con i propri problemi. Colui che dopo essere stato lasciato dalla ragazza il giorno dopo se ne va a cercare un’altra è un ragazzo che tanto bene non sta. Però sembra essere proprio questa l’immagine che la nostra società tende a proporci. E il braccio armato di questa cultura è purtroppo l’attuale Psichiatria che tende ad essere sempre più orientata in senso organicista avendo perso quasi completamente lo studio, la ricerca e l’interesse per la psicopatologia. Ormai con il DSM-5 (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la diagnosi di depressione viene fatta sulla base della durata dei sintomi: da quanto tempo sei triste? Da un mese, da tre o da sei? A seconda del tempo si fa la diagnosi. Poi cosa sia successo a quel poveretto non interessa a nessuno. Se si sta elaborando la separazione dal suo primo amore, se si sta vivendo un lutto di una persona fondamentale nella sua vita o se sta male perché si è rotto un’unghia, è irrilevante. Prenditi questa pillola perché sei depresso e vedrai che tutto passerà! Adesso se un bambino fa casino a scuola è perché ha l’ADHD, nessuno si chiede più perché sia incazzato nero, se ha problemi in famiglia, coi compagni, con la maestra, no ha l’ADHD, pasticche anche per lui così non scoccia più.

La Psichiatria deve uscire da questo stallo in cui si trova smettendo di pensare che la scientificità implichi necessariamente l’oggettivazione, cioè la misurazione e la quantificazione, che non si accordano con la natura umana: l’essere umano è fatto di pensieri, fantasie, immagini, affetti, desideri e tutto questo sfugge ad ogni tentativo di oggettivazione e di misurazione. Per non parlare poi del non cosciente, delle immagini oniriche. E si può essere assolutamente scientifici senza dover per forza misurare qualcosa che per sua natura non può essere misurata e che pertanto, se viene quantificata, viene automaticamente alterata e negata.

(Consiglio chi volesse approfondire di consultare la nostra bibliografia).

Gli altri due termini che dobbiamo distinguere e che invece vengono usati come sinonimi sono normalità e sanità. I nostri ragazzi ci dicono che i bordi vogliono tagliarli male, cioè non vogliono essere normali ma certamente non vogliono essere malati. Intuiscono che sanità non è sinonimo di normalità. E ci dicono che è proprio in questa normalità che spesso si annida il malessere più profondo, esistenziale mi verrebbe da dire. Perché nella normalità c’è un’idea di accontentarsi, di soddisfazione, di ripetitività, di un punto di arrivo che non contiene più il movimento. Smettere di cercare e di rischiare per appiattirsi nella desolante sicurezza della normalità. Mentre la sanità, lo stare bene non è uno status fisso ma è qualcosa che si caratterizza in termini dinamici, che contiene un movimento continuo (da non confondere con il jogging!), la continua capacità di mettere in crisi l’esistente per la ricerca di una realizzazione maggiore. Personalmente considero la normalità la forma più strisciante e latente di depressione, qualcosa che non si può nemmeno mettere in discussione perché “così fan tutti”. E sapersi ribellare alla normalità è tutt’altro che facile, se non si hanno le spalle larghe si rischia di brutto. Bisogna saper reggere la solitudine (almeno di pensiero), il giudizio altrui, la tristezza e tante altre cosette!

Pensiamo al problema italiano della crescita zero. La causa, a detta dei nostri politici, è nello scarso sostegno economico alle famiglie. Ma è così difficile pensare che oggi molte donne ritengono, infrangendo la normalità, che la loro realizzazione non consista più nel fare figli? Quante donne si sentono a disagio e vivono con sensi di colpa questa loro apprezzabile scelta? 

Poi così, giusto per giocare, ma se la crescita zero è così allarmante per il nostro paese, perché blocchiamo gli immigrati neri, che sono giovani e forti? Sarà mica che si tratti di razzismo? No eh!

Per non parlare poi delle donne che abortiscono, che oltre alla difficoltà della situazione, devono subire una serie di giudizi che mirano a farle sentire assassine, come ci ricorda la bellissima lettera di Ilaria.

Credo che sarebbe ora di smetterla di lasciare sole queste donne e tutte le persone libere che devono scontrarsi quotidianamente con una normalità violenta e repressiva. È importante che di queste cose si parli con competenza per permettere a tutte e a tutti di non essere confusi e di non sentirsi in colpa, emarginati e schiacciati da una cultura silenziosamente asfissiante. 

Purtroppo ci troviamo di fronte ad una psichiatria e ad una psicoterapia, che hanno spesso come unico obbiettivo la normalità. Quando sento parlare di psicoterapia intesa come apprendimento di tecniche, mi viene da pensare che queste vanno bene per insegnare al cane a riportare il bastone al padrone. Adesso hanno istituito il bonus psicologo, lodevolissima iniziativa! Poi vai a vedere e scopri che prevede un massimo di 8 sedute, cioè circa due mesi di intervento, quindi siamo arrivati alla stessa ratio della pillola, incartata però col rapporto umano: fatti ‘sti otto colloqui poi non scocciare più e torna a fare il bravo!

Già sì, tutti bravi, allineati, normali. Stiamo distruggendo il pianeta, quotidianamente muoiono centinaia di ragazzi in guerra e noi continuiamo a inviare le armi. E tutti zitti e se ti azzardi a pensarla diversamente sei un sognatore, detto in altri termini sei un cretino.

Ma tra poco ricomincia il campionato di calcio, si può andare nelle palestre, nelle discoteche e se sei ancora un po’ irrequieto una bella pasticchetta non te la nega nessuno!

Marco Michelini

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Commenti (2)

  • Quanta verità nelle tue parole! Mi viene alla mente un periodo lontano: stavo male, ma il mio stare male sentivo che non era solo fisico. L’unica cosa che mi era stata consigliata era prendere una pasticchetta per l’umore. Non l’ho mai presa! Sono andata in psicoterapia. Non ero “normale”, mi facevo delle domande, la mia era una brutta depressione. Oggi conosco la differenza di quelle parole nel titolo e continuo a non sentirmi normale, ma gli ultimi accadimenti intaccano una necessaria resistenza. Vorrei gridare NO! Cerco e qui, su questo blog trovo il tuo scritto, quello di Marco, le bellissime parole di Ilaria, il video dei ragazzi, molto altro. Mi rendo conto che non sono sola. La mia resistenza potrà essere stata scalfita ma rimane solida, in quel movimento alla ricerca di una realizzazione maggiore.

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TRISTEZZA E DEPRESSIONE. SANITA’ E NORMALITA’.
Foto scattata da: Anete Lusina
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