Più di mille parole?

Più di mille parole?
La Ferita, JR, palazzo Strozzi, Firenze

Siamo ad aprile ed è ormai passato un anno dall’inizio di questa pandemia. 
Nel precedente articolo “Todos necessitamos arte” ho provato a condividere alcuni pensieri sull’importanza dell’arte nella nostra vita puntando principalmente l’attenzione sulle immagini fotografiche perché sono la forma di espressione che meglio conosco.

Ciò che mi interessava era soprattutto capire quanto e come i contenuti artistici con cui siamo entrati in contatto e che possiamo anche aver apprezzato, possano essere stati d’aiuto nel resistere in un periodo particolarmente difficile. (Anche se pare che i mezzi di informazione facciano di tutto per non trovare buone notizie da diffondere sembra che in realtà siano nati proprio in questo anno progetti artistici molto ricchi grazie anche alla rete di contatto che il web ha permesso; ma questo sarà magari il tema di un nuovo approfondimento). Poi abbiamo anche accennato ai lavori che i fotografi hanno realizzato con due punti di vista diversi, l’uno di documentazione e denuncia della situazione esterna con la desolazione delle città, la chiusura dei luoghi di aggregazione o ciò che accadeva negli ospedali, l’altro puntando invece l’obiettivo verso l’interno e l’intimità, la casa ed il quotidiano. Ed è proprio su questi due differenti approcci che oggi vorrei provare a riflettere restando sempre in un ambito visuale; se poi vi venisse di spostare il discorso verso altri terreni come quello letterario o anche musicale, tutte le assonanze e le commistioni sono benvenute.

Una piccola premessa da fare riguarda il pensiero generale che si ha rispetto alla fotografia e cioè che fondamentalmente essa sia quasi sempre considerata come riproduzione o documentazione di realtà, fatta rara eccezione per alcune sperimentazioni artistiche. Per spiegarmi ancora riporto un ricordo personale di qualche anno fa dove una sera d’estate mi trovai a Trastevere ad intervenire dopo una rissa tra alcuni ragazzi per soccorrerne alcuni rimasti feriti. All’arrivo delle forze dell’ordine furono chieste ai presenti delle testimonianze e nel momento in cui riferii che facevo il fotografo il brigadiere con tono infastidito mi disse: “e per quale motivo non ha scattato una foto?”. Proviamo ad approfondire ancora.
Durante il lavoro che stiamo portando avanti in questi mesi nella scuola Aristofane, quando ancora potevamo incontrarci in presenza è arrivata da parte di una ragazza una domanda importante rivolta agli insegnanti presenti: “Cosa si potrebbe fare per risolvere i problemi della scuola?”. Non è stato facile per loro rispondere proprio perché trovandosi dopo molti anni all’interno di una certa situazione già mettere a fuoco certe falle risulta essere un lavoro complesso e si è parlato di quanto gran parte della responsabilità potesse dipendere dalla politica. Ma questa politica, proprio perché al di fuori della realtà scolastica sembra non riuscire a trovare soluzioni reali. Abbiamo scritto allora sulla lavagna questa frase: Per risolvere un problema, dentro o fuori? Ognuno ha risposto liberamente con una prevalenza di sguardi dall’interno e molti hanno detto che entrambi i punti di vista erano importanti. Il problema, ho provato a dire, è che quando noi scegliamo di raccontare il mondo non possiamo essere contemporaneamente in due posizioni, a maggior ragione se vogliamo provare a farlo scattando una foto; dal momento che una macchina fotografica ha un occhio ciclopico che al massimo arriva a coprire sì e no 180° capite bene che è impossibile.

La domanda è stata nuovamente posta la settimana successiva quando siamo stati costretti ad incontrarci su piattaforma e molte risposte sono cambiate mentre altre sono rimaste identiche. Senza stare a fare letture interpretative delle risposte dei ragazzi penso che là dove si svolga un lavoro di gruppo sia necessaria una diversità di visioni, non obbligatoriamente bilanciata ma che presenti almeno una variabile, altrimenti la ricchezza e la qualità del lavoro potrebbe facilmente avere dei limiti.

Ma dove si può arrivare con questo ragionamento? Intanto a riflettere sul fatto che può essere importante trovare il modo di variare un proprio punto di vista e che spesso abbiamo bisogno di qualcuno che sia “al di fuori” di una situazione per capire cosa succede dentro. Questo discorso ad esempio è fondamentale nel mio lavoro quando bisogna fare il così detto “editing delle immagini”, ossia selezionare, spesso in modo anche radicale e spietato le fotografie da inserire in un libro, da inviare ad un giornale o da spedire ad un concorso. Ma seguendo il filo di altri articoli usciti su questo blog sembra presentarsi ancora una volta una difficoltà nel conciliare due dimensioni che vengono lette spesso in forte opposizione. E viene da chiedersi se sia possibile trovare altre soluzioni al problema: si può pensare di unire queste due realtà differenti come il dentro e il fuori tentando una fusione? Bisognerebbe invece sempre riuscire a viaggiare in equilibrio su un confine sottile tra le due, oppure ancora sarebbe necessario un passaggio più armonico dall’una all’altra… ma come? Mi auguro che da parte di chi sta leggendo arrivino risposte o nuovi interrogativi per continuare a riflettere insieme.

Vorrei concludere con una notizia recente che mi ha particolarmente colpito. Da alcuni giorni nel museo di Palazzo Strozzi a Firenze è esposta una nuova opera dell’artista francese JR. La cosa interessante è che l’installazione è stata creata su una delle pareti esterne dell’edificio. Un grande squarcio mostra ciò che all’interno del museo in questo momento c’è ma non è possibile vedere a causa delle restrizioni. Con un sapiente gioco prospettico dipinto in bianco e nero su grandi pannelli si possono intravedere le sale interne con famosi dipinti come La Primavera e la Venere di Botticelli o il gruppo scultoreo del Ratto della Sabina. Queste opere non sono realmente conservate nel museo Strozzi ma l’artista oltre a dirci dell’importanza della cultura negata in questo momento vuole proporci una riflessione che meriterebbe molti approfondimenti. Nessun biglietto da pagare quindi, nessun orario stabilito per vederla ma semplicemente un colpo d’occhio che chiunque può scoprire camminando casualmente nelle strade adiacenti. È bello pensare che il famoso fotografo ci voglia invitare proprio in un momento come questo a non fermarci davanti ad un limite esterno. Sì, ma per fare cosa e in che modo? Qualcuno potrebbe anche obiettare dicendo che dentro all’edificio non è mai stato e che quindi non può sapere cosa ci sia; ma forse è proprio qui che il gioco si fa ancora più interessante, perché là dove non sappiamo cosa possa realmente esserci dentro siamo chiamati ad inventare.

Ma ammesso che sia vero quel che si dice con l’espressione “un’immagine vale più di mille parole”, con questa drammatica e potente installazione chiamata “La Ferita”, secondo voi cosa ci sta dicendo JR? 

Filippo Trojano

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Commento

  • Rosalba De Cesare

    Per me è una ‘ferita’ che rompe ‘l’indifferenza’ di una politica lontana più che mai dalle persone e dalla fantasia che ognuno si porta dentro, e che non può essere appiattita o mortificata. La ‘ferita’ di JR per me è un ‘nonostante’. Nonostante l’anaffettività della politica, nonostante il covid (che speriamo allenti la sua morsa e si dissolva nel tempo con i vaccini) nonostante tante altre difficoltà, noi sappiamo che l’Arte c’è, ce la immaginiamo, la ricreiamo e la creiamo, in attesa di viverla di viverla di nuovo come scambio di bellezza e ricchezza umana. Grazie!

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