Le parole che non so dire

Le parole che non so dire

Sono giorni che vorrei scrivere, ma rimango invece senza parole, in silenzio di fronte alla pagina bianca con la stessa paralisi di quando, quasi adolescente, vidi per la prima volta la mini-serie “Olocausto”. Stordita e riuscendo a mala pena a camminare, senza dire nulla andai a dormire o meglio, mi trascinai a letto e nel buio della stanza lasciai scorrere fiumi di lacrime, un pianto disperato che non sapevo descrivere, un misto di dolore, empatia e di impotenza di fronte alla mostruosità di una violenza assoluta e senza ragione di uomini su altri uomini, di esseri umani contro altri esseri umani. 

Non sapevo dire cosa mi angosciava così tanto. Certo c’era la pena infinita per il dolore di tanta gente, sicuramente c’era anche la paura che potesse succedere di nuovo e colpire anche me (e visti i tempi di oggi, forse non era una paura così tanto astratta), ma c’era anche altro, era quella violenza senza “senso” che mi terrorizzava. O meglio, una ragione per quella violenza c’era, ma non era solo economica, materiale non c’era solo una questione di “utile” dietro lo sterminio. Io lo sentivo, ma non lo sapevo dire, perché non sapevo della differenza tra distruzione, aggressione fisica e pulsione di annullamento, cioè una aggressione psichica tale per cui viene fatta sparire l’esistenza stessa dell’altro, lo si rende non esistente (e, se si passa all’agito come nel caso dei lager nazisti o dei desaparecidos argentini, si fa sparire l’altro anche fisicamente). Questa aggressione “psichica” è molto peggiore della violenza fisica, perché è una violenza invisibile che ti può distruggere se non la riesci a vedere e ad opportici: se non la vedi non puoi nemmeno rifiutarla. E allora credi al tuo aggressore e gli permetti di manipolarti e di toglierti la tua realtà, di farti sparire; gli permetti di impedirti di trovare la fantasia di reagire, nel modo più bello, creativo ed “umano” possibile. E invece reagire è possibile. Uno splendido esempio, tra tanti, è quello di Liliana Segre, che non ha creduto di poter essere distrutta nella sua umanità, ha resistito e ha rifiutato di rispondere con la violenza e con l’uccisione del suo carceriere quando alla fine della guerra durante la liberazione le si era presentata l’occasione di vendicarsi.

Ma perché mi sto addentrando a dire tutto questo? Perché associo la distruzione nazista alla guerra in Ucraina a cui stiamo assistendo in questi giorni? Forse perché, dando per vere le notizie che si sentono ai telegiornali o si leggono sui social – cosa non del tutto scontata in un epoca di fake news e di comunicazione “pilotata” – si è sentito sin da subito raccontare di bombardamenti non su obiettivi militari ma sui civili, spari su gente che scappava per cercare rifugio altrove, distruzione di intere città, scuole, ospedali.. Ospedali. Quello che mi ha più colpito, sono i missili sugli ospedali pediatrici e di maternità.. mi ha rimandato un’immagine di una volontà di cancellare la vita, la nascita stessa di un popolo…L’idea di una democrazia possibile? E’ così? Non lo so, non sono in grado di fare analisi socio-politiche e peraltro non me la sento nemmeno di dipingere il “buono” invaso e martoriato e il “cattivo” invasore, perché la realtà è molto più complessa di così… 

Forse rischio di essere impopolare, ma non credo proprio ci sia nella realtà nessun “buono”. Non c’è in nessuna guerra e non c’è secondo me nemmeno qui. Il presunto “buono” a volte sembra fare propaganda, anche lui, e incita gli altri Capi di Stato a prendere misure talmente drastiche da rendere concreto il pericolo di una terza guerra mondiale. Come se, anche qui, forse per disperazione (o forse invece per “attitudine”?) si voglia cancellare qualcosa… la possibilità di risolvere i conflitti con l’intervento diplomatico? la possibilità effettiva di ripudiare la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie (come solennemente dichiarato nella nostra Costituzione)? Non lo so, ma so che a me il “buono” Zelensky mi spaventa allo stesso modo del “cattivo” Putin. E mi risuonano, per entrambi e per gli altri player più o meno silenziosi di questo gioco al massacro (Usa primi tra tutti), anche se con pesi e misure diversi, le parole che ha scritto Marco Michelini nell’articolo della scorsa settimana su questo blog: Non sarà che forse si stava muovendo qualcosa di diverso? E se fosse proprio l’emergenza di un pensiero nuovo che ha fatto scattare il bisogno di rimettere indietro le lancette dell’orologio? 

Mi chiedo in tutto questo cosa staranno pensando i ragazzi della 5bs del Liceo Grassi di Latina che da un po’ ci raccontano di loro e delle loro paure e speranze? Lo sanno anche loro che (cito come sopra) gli esseri umani nascono uguali in tutto il mondo, che la realtà umana fatta di affetti, gioie, emozioni, tristezze, innamoramenti, speranze è uguale in tutti i giovani del mondo? Lo vogliono difendere questo pensiero nuovo? Mi sembra passato un secolo da quando il mese scorso ho letto il loro ultimo intervento su questo blog, e ho goduto delle loro parole, della loro freschezza di non voler strappare i bordi come gli è stato insegnato di fare, come ci si aspetta che facciano… Non vedo l’ora di leggere il loro nuovo articolo e di sapere come stanno vivendo questo momento, cosa sceglieranno di dire e raccontarci; non vedo l’ora di immaginare, di sentire con loro e con i tanti ragazzi che ci leggeranno, una Fantasia possibile.

Luigia Lazzaro

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Le parole che non so dire
Foto scattata da: Pixabay
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