Oggi Mirko è un bellissimo architetto!

Oggi Mirko è un bellissimo architetto!

Faccio l’insegnante e vivo quotidianamente rapporti con adolescenti che chiedono, a volte silenziosamente altre un po’ scompostamente, risposte alle loro esigenze più profonde spesso inascoltate.

Uno dei problemi che si è fatto più pressante nella scuola negli ultimi anni è quello dei cosiddetti BES, ambigua sigla inventata per definire difficoltà nell’apprendimento. Già sul termine “bisogni” ci sarebbe qualcosa da dire, ma vorrei soprattutto osservare che l’etimologia della parola educare ci dice di un “trarre-tirar fuori”, fare di tutto per far emergere qualcosa che è nell’altro, non dovrebbe significare mettere limiti dicendogli quello che non potrà mai realizzare. Ancor più ambigua è la parola “speciali” perché in realtà siamo tutti speciali perché tutti diversi. Le parole hanno un senso ed è necessario scegliere quelle giuste per non confondere.

Come ha ben chiarito Valeria Verna, l’origine organica dei DSA o dell’ADHD non è confermata da nessuna ricerca. Su questa assenza di conferme si sono tuttavia emanate leggi e circolari ministeriali che costringono gli insegnati a protocolli che personalmente ho sempre considerato assurdi oltre che umilianti: devo dire ad alcuni dei miei alunni che non potranno mai raggiungere i livelli degli altri. Non devo fare di tutto per aiutarli a “tirare fuori” tutte le loro potenzialità: devo osservare delle norme che stabiliscono cosa non potranno mai fare. E la cosa più tragica è che poi sono gli stessi bambini e ragazzi a crederci. Ed è così che  nelle diagnosi redatte da specialisti compaiono voci come “disturbo d’ansia”, “scarsa autostima”, dichiarazioni che forse dicono degli effetti provocati dall’aver accettato di non poter mai essere come gli altri. Poi magari li si consola dicendogli che in fondo anche Albert Eistein era dislessico, ma non gli si dice che nessun insegnante ha mai applicato al futuro premio Nobel per la Fisica quelle “misure dispensative e compensative” indicate dalla Legge 170 del 2010!

Gli insegnanti sono stati trasformati in sicari di mandanti oscuri: neuropsichiatri, legislatori, spesso anche genitori ai quali non si dà la possibilità di provare a mettersi in crisi per scoprire cosa è andato storto e magari provare a raddrizzarlo.

Sono entrata nel mondo dell’insegnamento nella scuola primaria dove ho lavorato i primi dieci anni della mia carriera e nel tempo ho assistito all’irrompere dei BES, etichetta allora inesistente. Non che non ci fossero problemi nell’insegnare a leggere e scrivere e a far di conto, ma si trovava il tempo giusto, diverso per ognuno, senza ricorrere al neuropsichiatra di fronte alla prima difficoltà a orientare le lettere dell’alfabeto o a metterle insieme per formare parole. Oggi devo costatare che quei piccoli alunni, dopo cinque anni di scuola, leggevano e scrivevano meglio di molti degli adolescenti che frequentano ora il mio liceo.

Dati del Ministero dell’Istruzione dicono di un notevole incremento negli ultimi dieci anni di diagnosi di DSA “passato dallo 0,7%del 2010/2011 al 3,2% del 2017/2018”.  Tra l’altro, sempre da dati del MIUR, si scopre che l’incremento maggiore si è registrato nelle regioni del Nord Italia. Anche questo dato richiederebbe una riflessione. Dando per scontate cause organiche dovremmo pensare a una mutazione genetica causata dall’inquinamento atmosferico!

Cosa è accaduto in questi anni? Cosa si è perso?

La questione è complessa ed è anche e soprattutto determinata da scelte politiche: i tagli economici hanno portato a classi numerose, meno insegnanti, meno tempo per tutti, con la conseguenza ovvia di uno scadimento della qualità dell’insegnamento.

Il mio ricordo va alle tante paginette colorate e scarabocchiate, tutte diverse, che riempivano le mie giornate e attraverso le quali ogni bambino cercava con coraggio la sua strada. Va a quegli occhi che brillavano di fronte a ogni piccola conquista. Ora sembra non esserci più tempo per questo. Ma, mi chiedo, cosa succede nella mente di un bambino al quale viene detto che ha una gamba di meno e non potrà mai correre come gli altri?

Per non parlare del cosiddetto ADHD. Anche qui un ricordo. Prima elementare. Mirko, bambino intelligentissimo, passava il tempo a sparecchiare i banchi dei compagni e non riusciva a stare al suo posto per più di dieci minuti. Ho passato la prima parte dell’anno con lui seduto sulle mie gambe perché solo così si calmava e iniziava a disegnare con una sicurezza e una capacità sorprendenti. Potevo farlo perché non ero sola: una brava collega lavorava con me per alcune ore della giornata. Esistevano allora le cosiddette compresenze, introdotte proprio per poter affrontare le situazioni più difficili, poi cancellate. Quel bambino è ora un bellissimo architetto! Oggi sarebbe stato etichettato come portatore di ADHD e magari gli sarebbero anche stati somministrati farmaci!

Cercare le cause, senza fermarsi ai sintomi manifesti, come ha osservato Valeria Verna, è un compito in cui vanno coinvolte tutte le figure professionali specializzate che si occupano di infanzia e adolescenza. Ma genitori e insegnanti devono trovare il coraggio di mettersi in crisi e comprendere che bambini e ragazzi, problematici o meno, cercano sempre in loro risposte, anche quelle che, per qualche incidente di percorso, non hanno avuto prima. È necessario mettersi in crisi perché non si spenga in loro quella bella e pulita curiosità che fa brillare i loro occhi e che è il motore di ogni formazione umana.

Mariantonietta Rufini

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