Nudes: è proprio vendetta?

Nudes: è proprio vendetta?

Lo scorso week end ho visto una nuova serie, Nudes, che racconta storie diverse ma tutte legate al tema del revenge porn.

Mi ha fatto pensare a qualche anno fa, quando una persona a me carissima era nel pieno della pubertà e per sentirsi più “grande” postava sui social foto e video che al mio occhio adulto apparivano “provocanti”. Ero molto preoccupata, avevo paura dei commenti di possibili “haters” o che qualche amico/amica invidioso potesse diffonderle in maniera inappropriata o, ancora peggio, che qualche adulto malato potesse appropriarsene e diffonderle o addirittura tentare un adescamento. Non intervenivo, o meglio, buttavo giù ogni tanto qualche parolina discreta senza essere troppo invadente, perché non volevo limitare l’esigenza e la libertà di esprimersi, non volevo “condannare” una malizia, dolcissima e ingenua che non nasce dalla volgarità ma da un’adolescenza che fiorisce, come dice una canzone degli Stadio. Non è successo niente per fortuna e la cosa è passata da sola man mano che quella persona acquistava sicurezza e consapevolezza di sé, ma mi sono sempre chiesta e ancora mi chiedo quale sia il confine, quando bisogna intervenire, cosa si può e deve dire per allertare i ragazzi dei “pericoli” in rete, come stimolarli a “vedere” e quando invece lasciarli esprimere e anche sbagliare.

E allora in questo Nudes offre un’ottima opportunità per riflettere, perché racconta delle storie assolutamente attuali e modi diversi di affrontare la violenza di un gesto terribile e fatuo, quello di sbattere in rete la vita intima di un’altra persona.

Sulla storia di Vittorio vale la pena di soffermarcisi perché il punto di vista è quello dell’aggressore: un diciottenne, il classico bravo ragazzo di successo e impeccabile, che filma di nascosto una minorenne, Marta, durante una festa mentre lei si apparta con il suo ragazzo dopo aver rifiutato Vittorio. Vittorio posta il video sui social e viene denunciato da Marta per diffusione di materiale pedopornografico. La reazione iniziale alla denuncia è la negazione del gesto, poi la minimizzazione, con un vuoto affettivo assoluto, totale assenza di empatia non solamente di Vittorio, ma anche dei suoi genitori, immediatamente pronti a difendere acriticamente il figlio, e anche a forzare la “legge”, condannandolo così a non comprendere il gesto e cosa lo ha provocato e lasciandolo solo e incapace di affrontare l’angoscia della responsabilità di quanto fatto, che arriva in tutta la sua potenza destrutturante di fronte al tentativo di suicidio di Marta quando si ritrova sola di fronte ad un sistema giudiziario e sociale che non la tutela.

La storia di Sofia invece mostra una protagonista con un’identità più forte. Sofia subisce lo sfregio di uno sconosciuto che la filma mentre ha un rapporto con Tommi, di cui è innamorata e che finalmente si accorge di lei; il video viene postato e diventa virale ed espone Sofia ai commenti violenti dei compagni a scuola e sui social e la allontana (almeno temporaneamente) da Tommi, che lei crede in qualche modo responsabile. La cosa molto interessante qui è che Sofia non è lasciata sola dalle amiche, che la aiutano a non isolarsi e a reagire, anche quando sarà proprio una di loro a rivelarsi colpevole del gesto. E ancora più belle sono la reazione di Tommi, che dopo un primo momento di smarrimento non la lascia sola ad affrontare l’etichetta di ragazza “facile”, e la reazione della stessa Sofia, che affronta l’amica che ha postato il video mettendola di fronte alla sua fatuità e non sceglie la vendetta a sua volta.

Quello che mi ha colpito di più di questi racconti però è la facilità con cui in un solo attimo una persona sfregia l’immagine di un’altra e la espone alla pubblica gogna e l’assoluta assenza di consapevolezza della gravità del gesto e delle conseguenze. E mi è venuta una domanda: ma è vero che non c’è consapevolezza? Come è possibile che non ci si renda conto? Non è che invece c’è una precisa intenzionalità (inconscia?) di colpire e deturpare, di “uccidere” la bellezza di una sessualità che si esprime libera? Magari per invidia e incapacità di sentire dentro quella bellezza o vivere quella libertà.

Forse allora l’uso della parola “revenge” è fuorviante, non c’è nessuna vendetta, c’è solo freddezza lucida e un grande vuoto interiore di chi agisce materialmente e anche di chi sminuisce il gesto e difende l’aggressore senza cercare di capire e aiutarlo a comprendere la gravità del proprio gesto. E chi, dietro lo schermo o protetto dal gruppo, inveisce e vomita commenti violenti come lo definiamo? Un idiota? Certamente, ma non basta. Io lo chiamerei complice, che si allea con l’aggressore per impedire alla vittima di reagire e darle il colpo di grazia.

Ma Sofia ha reagito, Tommi ha reagito, le amiche di Sofia hanno reagito e anche Ada, la protagonista del terzo episodio, e la sua amica reagiscono. E questa è bellezza, che va raccontata.

Luigia Lazzaro

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