LE PAROLE SONO IMPORTANTI

LE PAROLE SONO IMPORTANTI

L’importanza di differenziare l’intervento logopedico in base ai deficit che insorgono in seguito a lesione cerebrale e problematiche che possono emergere nell’età evolutiva e nell’adolescenza.

Ho scritto molto su questo blog di temi inerenti l’età evolutiva e l’adolescenza; in questo articolo vorrei discutere di quello che è il mio specifico ambito professionale rispetto all’età adulta e le patologie derivanti da lesioni organiche che causano deficit cognitivi, con il tentativo di portare alla luce alcune differenze tra i due mondi.

Mi piacerebbe farlo seguendo un filo, un pensiero che tento di portare avanti mettendo in risalto le differenze fondamentali che esistono quando in logopedia si parla di riabilitazione.

Parlando di “riabilitazione” mi viene in mente subito una domanda: Quanto è corretto parlare di riabilitazione logopedica nei bambini che non si trovano a dover recuperare una funzione perduta a causa di una patologia o un danno cerebrale ma di una capacità che in fase di sviluppo ha riscontrato un problema, oppure che è emersa successivamente ma senza evidenti motivi di origine organica?

In molti casi non stiamo parlando di bambini che avevano queste capacità e poi le hanno perdute, ma di bambini nei quali in fase di sviluppo è emersa la necessità di intervenire. Allora certamente, riconosciuto il problema, si agisce per fare in modo che il bambino possa trovare la propria strada per esprimersi al meglio e affrontare tutte le difficoltà.

Capita che in seguito ad eventi cerebrali (ictus, traumi cranici, tumori del cervello) o a patologie neurodegenerative io mi trovi a dover riabilitare pazienti con deficit di linguaggio, discalculie, deficit di attenzione o deficit delle funzioni esecutive (capacità di ragionamento logico, pianificazione, astrazione verbale, memoria di lavoro).  

Magari per molti può essere scontato ma per me è fondamentale rimarcare la differenza che c’è, esiste tra le varie situazioni nelle quali il logopedista presta il suo intervento.

Mi sembra doveroso specificare che esiste una differenza tra una persona che presenta delle carenze in alcuni campi e chi quelle stesse carenze le presenta in seguito a una lesione organica opportunamente riscontrabile a seguito di una indagine strumentale. Evidenziare questa differenza è fondamentale.

Quando spiego ad una persona quali sono le difficoltà che si manifestano a seguito di un ictus, ad esempio, (i deficit che la persona che prendo in carico presenta dopo l’evento morboso) tento di far capire che la lesione ha causato deficit che prima non c’erano e che con la riabilitazione ci impegneremo al massimo se non a farle sparire (a volte per una serie di ragioni regrediscono in maniera importante) quanto meno a trovare strategie alternative per “raggirare” il problema e poter tornare a vivere il quanto più possibile autonomo e indipendente.

La terapia logopedica per i pazienti che giungono da me in seguito ad una cerebrolesione si avvale dell’utilizzo di tecniche specifiche per fronteggiare le ricadute funzionali che un danno, una lesione cerebrale ha causato; quando parlo di “tecniche” intendo dire una serie di esercizi mirati al recupero o al potenziamento di una determinata area cognitiva. Per cui so che se devo riabilitare una persona che presenta un deficit afasico, di attenzione o di memoria (solo per fare alcuni esempi), posso farlo sottoponendola a training specifici.

Questo non vuol dire nella maniera più assoluta che per farlo non debba lo stesso instaurare una alleanza terapeutica basata sulla fiducia, sulla sensibilità e sul rapporto interumano. La mia professione non può e non deve prescindere da questo. Mai.

Tornando al mondo dei bambini e degli adolescenti, dove l’origine dei problemi non riguarda lesioni cerebrali o deficit derivanti da modificazioni genetiche riscontrabili, a mio avviso l’approccio dovrebbe essere diverso. Semplicemente perché diverse sono le cause.

Quando ho davanti una persona con uno specifico danno cerebrale, in una determinata area del cervello conosco già quali saranno (a grandi linee) le sue difficoltà. Conoscendo anatomicamente i domini delle nostre aree cerebrali è difficile che io mi chieda: “Perché questo deficit e non un altro?” 

Certo! Ogni persona ha comunque la sua unicità e spesso le difficoltà si intrecciano con caratteristiche caratteriali, familiari, con il proprio stato emotivo ed è doveroso tenerne conto tutte le volte che si imposta un piano di trattamento.

Arriviamo al punto…quando ho davanti un bambino io la domanda: “Perché c’è questa difficoltà?” me la faccio sempre. A me non basta mai sapere che ha una diagnosi di DSA, che ha problemi di attenzione, non si concentra o non riesce a studiare. Di fronte ad un bambino sento forte la necessità di andare a vedere qualcosa che nemmeno il miglior strumento tecnologico del mondo può riscontrare.

Sento l’obbligo di aiutarlo prendendo necessariamente in carico la sua famiglia, il suo contesto sociale (la scuola, il maestro dello sport che frequenta). E questo, come ribadito spesso nei miei articoli, va fatto in modo collaborativo e multidisciplinare.

Mentre cerco di trovare le parole giuste per esprimere tantissimi altri concetti presenti nella mia mente e sulla mia pelle in seguito ad un vivere quotidiano di lavoro, studio, approfondimenti e domande, mi chiedo ancora: Perché è così importante sottolineare che esistono delle differenze?

Penso che la risposta più vera e appropriata stia proprio nel titolo che ho scelto per questo articolo, ovvero “Le parole sono importanti”, dobbiamo saper dare un nome alle cose quando ci troviamo di fronte a persone che vengono da noi in cerca di risposte. Dobbiamo saper dire loro con onestà cosa è accaduto e come possiamo aiutarli a risolvere le loro difficoltà. E dobbiamo necessariamente farlo modulandoci in base a chi abbiamo davanti.

Mi ripeto sempre e lo ripeto sempre agli studenti del corso di Laurea di Logopedia “Non considerate mai soltanto il problema che avete di fronte, tentate di intravedere chi, a volte, si nasconde dietro quel problema, qual è il suo mondo. Guardate sempre per primo l’essere umano che avete davanti, poi tutto il resto”. Tutte le volte che si conosce un paziente si deve considerare lui prima della sua patologia emersa in seguito ad una lesione cerebrale.

E questo è ancora più vero nei confronti di chi non ha subito alcun danno cerebrale. In assenza di quella lesione, si deve approfondire meglio sulle cause che hanno fatto emergere alcune problematiche.

Il mio è un lavoro di relazione, rapporto…e se c’è una cosa che ho compreso bene è che per quanto spesso alcune verità, realtà siano scomode e spinose, si può sempre trovare il modo di “entrare” in punta di piedi e provare a cambiare le cose.

E’ senza dubbio difficile riuscire a far accettare alle persone quello che accade loro (nei casi in cui una malattia li colpisca), soprattutto se questo stravolge completamente la loro vita e li costringe a dover imparare di nuovo a fare qualcosa che prima era perfettamente nelle loro capacità.

Difficile altrettanto quanto dire ad un bambino: “Ce la farai, dobbiamo soltanto trovare il modo, non c’è niente che non va in te”.

Qualche volta mi sono trovata davanti a muri altissimi, costruiti con mattoni di paura, di pregiudizi, preconcetti e forse, qualche volta, mi ci sono seduta con le spalle contro e la testa tra le mani a cercare di capire come rompere certe barriere e trovare un modo gentile per affrontare certi temi rimettendo alcune cose in discussione. Ci sto provando.

Ecco. Sì. Le parole sono proprio importanti, soprattutto quando devono necessariamente essere seguite dai fatti.

Valeria Verna

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Commenti (4)

  • Assolutamente d’accordo. Non si può prescindere dalla relazione nel nostro lavoro. Vedere, ascoltare e comprendere l’altro prima di tutto. Prima delle etichette, delle tecniche, dei risultati che si devono ottenere nei numeri. Altrimenti chiunque potrebbe farlo. Invece é questo che fa la differenza. Ed occorre tanto, tanto coraggio. Perché la relazione ci contamina nel bene e nel male, ma vale sempre la pena.

  • Mariantonietta Rufini

    È esattamente quello che non accade nella scuola in cui ci costringono a incasellare gli studenti in griglie che prestabiliscono cosa la ragazza o il ragazzo può o non può fare, ignorando totalmente la loro realtà umana, le relazioni passate e presenti. Non c’è spazio né tempo, se non per i pochi che non si fanno schiacciare dalle etichette, per fermarsi ad ascoltare e cercare di comprendere.
    Grazie per la chiarezza di idee di cui abbiamo grande necessità.

  • Questo è un tema che necessariamente deve essere affrontato da molteplici punti di vista. Sarebbe bello incontrarci tra più figure professionali e discuterne, così da ascoltare le esperienze di tutti sul campo.
    Grazie Mariantonietta.

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Foto scattata da: Mohamed Abdelghaffar
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