LE DOMANDE DEI RAGAZZI

LE DOMANDE DEI RAGAZZI
Appunti su un incontro con il collettivo della rete degli studenti medi

Qualche giorno fa sono stata invitata insieme ad altri due colleghi dal collettivo studentesco della rete degli studenti medi a rispondere alla loro domande sul tema della salute mentale.

L’iniziativa è partita da un gruppo di adolescenti ed è stata portata avanti da loro con molta serietà e attenzione.

Mi è sembrato che fossero molto più interessati loro della salute mentale che gli adulti.

Uno dei temi che è emerso dall’incontro e che mi ha preoccupato è che la scuola sembra pretendere dai ragazzi sempre di più che siano piccoli adulti performanti invece che adolescenti. La pressione per lo studio, la preoccupazione per il futuro, l’assimilare concetti, completare il programma sono gli argomenti principali di cui parlano riferendosi alla scuola e questo determina che anche i ragazzi si preoccupino più di “funzionare bene” invece che di crescere.

Sono così impegnati a non perdere un secondo che vorrebbero già essere arrivati, essere completi o forse essere finiti.

Vorrei potergli raccontare quante volte ho cambiato idea, progetto, vita. Quante cavolate si sono rivelate molto più importanti delle cose fatte bene. Quante volte avrei dovuto evitare di essere una brava ragazza, una brava studentessa, una brava lavoratrice e avrei invece dovuto dire “col cavolo!”

Mi chiedo cosa sia questa scuola mostruosa che riempie la testa dei ragazzi di concetti ma non gli permette veramente di esprimersi. Eppure dall’incontro a cui mi hanno invitato uscivano fuori così tante domande e anche un sacco di voglia di cercare e ottenere risposte. Immagino che anche durante le lunghe giornate in classe queste domande emergano. Perché gli studenti hanno la sensazione che gli adulti non gli rispondano?

Mi chiedo se anche i professori abbiano deciso di fare gli insegnanti per finire i programmi ministeriali o invece avevano tutta un’altra idea in testa e magari anche loro stanno male per questa situazione. Ma possibile che fare e sapere siano diventati così tanto più importanti di essere e crescere?

In realtà sono alla base del metodo scientifico ci sono essere, sentire e intuire e non imparare e ripetere. Non esiste nessuna nuova scoperta senza l’osservazione del mondo, sentire che questo non va bene poi un’intuizione e infine un cambiamento totale di sguardo sulla realtà. Però per questo ci vuole tempo e la conoscenza non può consistere in una corsa a ingozzare gli studenti di concetti neanche fossero scatole vuote dove stipare oggetti.

Forse un “no” a questo modo di pensare la scuola si dovrebbe cominciare a dire e sarebbe bello vedere docenti e studenti esprimere dissenso insieme su questo tema.

Penso che anche fare l’insegnante correndo dietro al programma invece di stare con i ragazzi sia terribile perché può nascondere molti pericoli: ci si può mettere su un piedistallo e pontificare la lezione, si può essere angosciati dalla sensazione che si sta perdendo una parte importante del proprio lavoro e poi c’è il tranello più subdolo…si può stare bene perché si fatica meno. Perché fare lezione per rispondere e permettere ai ragazzi di cambiare è molto più faticoso che elencare dei concetti che gli alunni devono imparare.

Spero che i ragazzi inviteranno di nuovo me e miei colleghi per continuare a parlare insieme, per provare a rispondere alle loro domande che ci hanno fatto pensare tantissimo.

Gioia Piazzi

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