Joker

Joker

Oggi vorrei prendere spunto dal film di Todd Phillips del 2019, magistralmente interpretato da Joaquin Phoenix e dare merito a questo regista di aver colto e ben rappresentato molte cose che non sono affatto scontate. In primo luogo fa emergere con chiarezza che la malattia mentale non ha un’origine organica ma è dovuta a deludenti rapporti umani. Sostenere questo da parte di un americano non è cosa da poco, dal momento che in America (e non soltanto purtroppo) la psichiatria organicista la fa da padrone.

Arthur (Joker) porta sempre con sé un foglietto della clinica psichiatrica per giustificarsi con gli altri dei suoi attacchi di riso improvvisi, nel quale c’è scritto che sono probabilmente dovuti a lesioni cerebrali o a disturbi neurologici ma che poi si scoprirà trattarsi invece di un manierismo legato alle aspettative della madre nei suoi confronti: “Mia madre mi dice sempre di sorridere e fare una faccia felice e che sono al mondo per portare gioia e risate”.

Arthur – che vive a Gotham City, città dove il degrado e la disuguaglianza sociale sono elevatissimi – subisce all’inizio del film una serie di violenze gratuite e qui c’è un’altra grande intuizione del regista perché le violenze gratuite sono quelle che si verificano all’inizio della vita umana, cioè nei confronti dei bambini. A meno di non pensare, come qualcuno schifosamente fa, che i bambini siano cattivi, le violenze nei loro confronti sono sempre gratuite.

C’è poi un altro elemento ben colto da Phillips ed è che la maggiore violenza, quella che fa male alla mente, è l’indifferenza o, per meglio dire, l’anaffettività. “Non voglio morire con le persone che mi camminano sopra, voglio che le persone mi vedano”.

Ma proprio questa legittima esigenza di essere visto si scontra con la sua incapacità di vedere gli altri. Come fosse un gioco delle parti, ingabbiato nella sua maschera da clown, non riesce a vedere la violenza nascosta dietro le maschere altrui. In primo luogo quella della sua amatissima madre, che in realtà gli ha sempre mentito ed ha permesso abusi nei suoi confronti, come scoprirà in seguito. Poi la maschera dell’amico, che gli regala la pistola e lo accuserà ingiustamente e lo farà licenziare dal suo posto di lavoro. Infine quella del padre ideale, il comico professionista (Robert De Niro) che gli dice “Rinuncerei a tutto pur di avere un figlio come te” ma in realtà lo sta soltanto ridicolizzando e sfruttando per il suo spettacolo.

Allora possiamo pensare che il vero problema di Arthur sia la sua incapacità di vedere al di là delle apparenze. Questa cecità lo rende castrato, furioso, pazzo. Non vedere lo condanna ad un eterno rapporto sadomasochistico in cui impera sovrano il pensiero malato che dice: “sto male per colpa tua”. Pensiero malato perché la vera colpa è nella propria incapacità di vedere ed arrivare al rifiuto, al “No”. Ma Joker non sa cosa sia il No. Non riesce minimamente a separarsi, non sa proprio cosa sia. Rimane sempre intrappolato in questa logica perversa e malata che lo costringe ad uccidere la presunta causa del proprio stare male. La sua cecità – figlia della sua carente affettività che mira solo a prendere per sé, bisognosa del riconoscimento altrui per compensare e sostenere la sua incerta identità (“Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente”), incapace di interessarsi realmente all’altro per conoscerlo veramente – crea un collante mortale, un’alleanza micidiale tra vittima ed aggressore, anche qui in un gioco delle parti dove non è più possibile distinguere chi sia l’uno e chi sia l’altro.

La logica malata di cui è vittima lo porta all’eliminazione, uccisione della “causa del suo malessere”, un mors tua vita mea che immediatamente si trasforma in un mors tua mors mea, ben rappresentato dal continuo mimato suicidio. Suicidio che consiste nella perdita della propria realtà umana, in un diventare sempre più freddo, anaffettivo, disumano. Dopo gli omicidi, balla! Non c’è più traccia di rabbia e nemmeno forse di odio nei suoi assassinii. “Sai cosa è buffo? Cosa mi fa veramente ridere? Ho sempre pensato che la mia vita fosse una tragedia ma adesso mi rendo conto che è una cazzo di commedia” dirà mentre uccide la madre. Il passaggio dall’iniziale rabbia, quando prende a calci i cassonetti dell’immondizia, alla freddezza finale con cui uccide il comico/padre, ci parla dell’evoluzione della malattia mentale meglio di un libro di psichiatria. La sua rabbia inizialmente ben viva sarebbe stato un elemento prognostico favorevole qualora ci fosse stata una cura degna di questo nome e non soltanto i sette tipi di psicofarmaci che ingurgita o i colloqui con l’assistente sociale a cui dice “Lei non mi ascolta, credo che non mi abbia mai ascoltato veramente”.

Joker diventa un criminale perché ha perso la speranza in un rapporto umano che non sia soltanto materiale ma sia soprattutto amore, attenzione, interesse per l’altro e non solo latte materiale e accudimento fisico. Egli non riesce a trasformare gli affetti di rabbia e di odio in un rifiuto, nel No ma non riesce neanche a trasformarli nella fantasticheria di uccidere l’altro mentalmente, annullandolo, facendolo sparire, attività quest’ultima presente nella malattia mentale che infatti, nella stragrande maggioranza dei casi, non dà luogo a comportamenti manifestamente aggressivi. In lui gli affetti non si sono trasformati né in fantasia (il No) ma nemmeno in fantasticheria (annullamento mentale dell’altro). Egli scarica materialmente gli affetti perché ha perduto la realtà umana, conosce esclusivamente la realtà materiale avendo ciecamente creduto in chi, annullandogli la sua identità umana, lo ha trattato esclusivamente come realtà fisica, cioè come un animale. E lui, come un animale, scarica gli affetti violenti contro il corpo dell’altro, uccidendolo.

Il regista riesce nel capolavoro di farci vedere e direi, toccare con mano, come anche un feroce pazzo criminale non nasca tale ma ci diventi per non essere riuscito ad affrontare le continue delusioni subite da un ambiente violento e falso ed è probabilmente per questo che nutriamo per lui un sentimento di pena e compassione e non di sdegno o disprezzo come si dovrebbe nei confronti di un assassino.

Dove non sono affatto d’accordo col regista è nella parte finale del film. Pensare che un malato di mente possa fare una – seppur assolutamente legittima e necessaria – rivoluzione, è qualcosa di assurdo che ha peraltro già dato prova, nella storia, di essere fallimentare. Per fare una vera ribellione occorre in primo luogo trasformare se stessi, far sparire le proprie istanze distruttive, violente, cieche, per trovare un’identità certa che permetta di vedere e rifiutare l’altro violento, con il quale non ci sia alcun tipo di alleanza o collusione. Non puoi rifiutare la madre violenta o il padre falso se hai bisogno del loro riconoscimento, si finisce ineluttabilmente in un omicidio/suicidio. Non puoi rifiutare la violenza altrui se la violenza alberga dentro di te. Il malato di mente è sempre strutturalmente violento perché ha perso la speranza nel rapporto umano e la ribellione cieca è sempre fascista e reazionaria, perché distrugge senza costruire, finendo così col riproporre e legittimare lo status quo ante, rendendolo ancora più oppressivo di prima.

Marco Michelini

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