INTENZIONALITA’ COMUNICATIVA

INTENZIONALITA’ COMUNICATIVA
Albert Einstein a Charlie Chaplin: “Quello che più ammiro nella vostra arte è la sua universalità. Non dite una parola e nonostante ciò, tutto il mondo vi comprende”

Che prenda spunti dal cinema non è una grande novità, almeno per chi ha già letto qualcosa scritto da me su questo blog.

Qualche avvenimento degli ultimi tempi o di tempi meno recenti mi ha fatto tornare alla mente il grande artista Charlie Chaplin e il suo cinema muto.

Certamente il mio lavoro, nel quale spesso mi trovo difronte a persone con problemi di linguaggio, ha contribuito a farmi fare alcuni parallelismi. Proprio la scorsa settimana mentre spiegavo ad un mio paziente che forse le parole non sarebbero tornate a causa dello specifico danno cerebrale avuto, ho pronunciato frasi come “intenzionalità e capacità comunicativa” e deve essere lì che mi è balzata alla mente l’immagine di Chaplin che anche senza sottotitoli riusciva a comunicare in modo poeticamente efficace e chiaro. Le parole sono importanti e vanno scelte ed usate sempre con molta cura soprattutto quando si devono e si possono utilizzare. Vero anche però che se abbiamo l’intenzione di veicolare un messaggio, un contenuto, potrebbero dimostrarsi superflue o non in armonia con ciò che sentiamo nel profondo o con ciò che realmente vogliamo comunicare.

Spiegavo cosi, durante il trattamento logopedico, che la cosa più importante (visto che la lesione non consente la produzione ne orale ne scritta di parole) fosse che lui avesse innanzitutto l’intenzionalità di comunicare e che poi avremmo trovato insieme il metodo più diretto, come la gestualità, la mimica facciale o l’utilizzo di ausili, tabelle comunicative …non voglio perdermi in tecnicismi sul mio lavoro e nemmeno rischiare di banalizzare quello che è un percorso difficile e faticoso per chi ne è coinvolto. Ma devo ammettere che in questo mio paziente (e in tanti altri) ho ritrovato molta di quella poesia di Chaplin. La poesia che forse ad oggi rende il mio paziente (del quale non specifico il nome solo per tutela della privacy) capace di farsi comprendere anche senza usare il linguaggio verbale, (anche di questo ho approfondito sul tema nell’articolo “Il linguaggio. Un modo interiore”).

Chaplin non mi è tornato alla mente solo per questo; devo averci pensato anche quando ho riflettuto sulle condizioni alle quali sono sottoposti alcuni lavoratori e di chi è costretto a fare qualcosa che non ha scelto. Nel suo film più importante e premiato “Tempi moderni” scritto nel 1936, Chaplin, ci propone una più che attuale fotografia dei nostri tempi dove i ritmi disumani, la ripetitività in stile catena di montaggio e la pressione che hanno come unico interesse “l’utile” rischiano di rendere molto difficile la qualità della vita delle persone.

Il regista spiega bene la difficoltà che ne deriva dal non sentirsi nel posto giusto; nel film Chaplin cambia continuamente lavoro perché commette una serie rocambolesca di errori e si sente stretto in spazi a lui ostili. Descrive in modo critico, ridicolizzando quello che era il sogno americano (decisamente peggiorato col passare degli anni). La scena finale si chiude con lui mano per la mano con una ragazza che si avventurano verso qualcosa che non conoscono ma che li rende liberi e senza paura del futuro.

A questo discorso si può collegare anche quello che è un tema dibattuto spesso alla fine delle scuole medie sulla scelta del successivo percorso didattico che sembra debba essere necessariamente legato al lavoro che poi i ragazzi dovranno svolgere; ma i ragazzi devono per forza sapere cosa vorranno fare da grandi? E’ davvero una loro spontanea esigenza? A questo spero mi vorranno rispondere tutte le insegnanti che con questi ragazzi trascorrono anni importanti e cruciali.

Dal canto mio spero di vederli allontanarsi di spalle e senza paura del futuro, come Chaplin. E questo sarebbe già un bellissimo traguardo, no?

Io a quell’età mi sono innamorata del cinema muto, della capacità di Chaplin di esprimere un sentimento soltanto con il movimento del corpo e l’espressione del volto. Quella poesia che rende capaci gli esseri umani di comprendersi anche se non parlano per problematiche organiche, non parlano la stessa lingua, non hanno la stessa cultura o religione, non la pensano allo stesso modo.

E’ forse questo che lega quello che vi ho raccontato in questo articolo?

E’ forse di questa poesia che l’essere umano non può e non deve fare a meno per camminare libero nel mondo e senza timore? Deve possedere questa profonda intenzionalità di comunicare e riuscire a comprendere se stesso e gli altri in modo chiaro anche quando il messaggio non è veicolato da parole? E in caso contrario …comprendere il senso profondo di parole che apparentemente dicono altro? Si tratta di sensibilità. Chissà se Chaplin ed Einstein pensavano a questo nel famoso scambio di battute commentando il loro rispettivo genio. Einstein disse quello che potete leggere sotto la foto di questo articolo e Chaplin replicò: “E’ vero, ma la vostra gloria è ancora maggiore: il mondo intero vi ammira anche se nessuno vi capisce”.

Valeria Verna

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Commenti (2)

  • Ciao Valeria, ho trovato tanti spunti nel tuo articolo ma proverei a rispondere solo in relazione ai ragazzi che terminano le scuole medie. Purtroppo, per esperienza personale, non sempre scelgono loro, a volte accade che i genitori, considerandoli ancora piccoli per operare una scelta propria, decidano al loro posto. Noi docenti facciamo un lavoro di orientamento durante l’anno, per dargli l’opportunità di avere più spunti possibili. Poi considerando il loro percorso durante i 3 anni trascorsi alle medie, consigliamo una o più probabilità. La maggior parte dei miei alunni non ha la minima idea di cosa voglia fare da grande. Noi docenti, di conseguenza, ci limitiamo a consigliare, rispetto alle loro caratteristiche, alle loro predisposizioni, ai loro interessi, quello che potrebbe piacere di più. Quest’anno ho lasciato 2 terze e quasi tutti si sono allontanati dando le spalle verso un nuovo futuro. D’altronde è quello che faccio anche io ogni anno, mi allontano senza sapere cosa farò da ‘grande’. Li ho lasciati con un gesto di speranza, un braccialetto colorato con una scritta: no ordinary people.

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