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INTELLIGENZA ARTIFICIALE. LINGUAGGIO SENZA PENSIERO?

INTELLIGENZA ARTIFICIALE. LINGUAGGIO SENZA PENSIERO?
Il vero segno dell’intelligenza non è la conoscenza, ma l’immaginazione. Albert Einstein

Il mondo del cinema prende spunto da questo tema da moltissimo tempo e anche se non tutte le opere ne evidenziano il lato negativo, io non riesco a non pensare a capolavori come “2001: Odissea nello Spazio” (Stanley Kubrick, 1968),  e “Blade Runner” (Ridley Scott, 1982), dove umanoidi o computer simulano le caratteristiche degli essere umani nel prendere decisioni, risolvere problemi, apprendere le relazioni di cause-effetto tra i diversi comportamenti, elaborare strategie al raggiungimento di scopi e obiettivi ma privi di una qualsiasi risposta emotiva e affettiva.

Oppure film come “Her” (Spike Jonze, 2013) dove il protagonista, triste o depresso (c’è una sostanziale differenza tra i due stati) per la fine della storia d’amore con la sua compagna, instaura una relazione virtuale con un sistema operativo in grado di evolversi al fine di adattarsi alle esigenze di chi lo utilizza.

Sperando di non risultare critica rispetto a quanto di buono può offrire, senza dubbio, l’utilizzo della tecnologia e il suo progresso in alcuni ambiti, vorrei provare ad offrire spunti di riflessione su temi che, a mio avviso, dovrebbero esser trattati con particolare attenzione.

Wikipedia definisce così l’intelligenza:

un complesso di facoltà psichiche e mentali che, mediante processi cognitivi, consentono di capire le cose e i concetti e di organizzare conseguentemente il proprio comportamento sia nel campo delle idee sia nel campo dell’attività pratica per risolvere un problema e raggiungere un obiettivo. Presente negli organismi viventi, più o meno complessi, è stata definita in molti modi: capacità di astrazione, logica, comprensione, autoconsapevolezza, apprendimento, conoscenza emotiva, ragionamento, pianificazione, creatività, pensiero critico e risoluzione dei problemi. Più in generale, può essere descritta come la capacità di percepire o dedurre informazioni e di conservarle come conoscenza da applicare a comportamenti adattivi all’interno di un ambiente o di un contesto. ( https://it.wikipedia.org/wiki/Intelligenza )

Sempre da Wikipedia:

L’intelligenza artificiale (in sigla IA) è una disciplina che studia come realizzare sistemi informatici in grado di simulare il pensiero umano. L’etica dell’intelligenza artificiale è una disciplina dibattuta tra scienziati e filosofi che manifesta numerosi aspetti sia teorici sia pratici. Stephen Hawking nel 2014 ha messo in guardia riguardo ai pericoli dell’intelligenza artificiale, considerandola una minaccia per la sopravvivenza dell’umanità. (https://it.wikipedia.org/wiki/Intelligenza_artificiale)

In termini tecnici l’ I.A. è un ramo dell’informatica che permette la programmazione e progettazione di sistemi che consentono di dotare le macchine di determinate caratteristiche che vengono considerate tipicamente umane, quali ad esempio, le percezioni visive, spazio-temporale e decisionali. (www.intelligenzaartificiale.it)

Considerando l’iniziale definizione di Intelligenza e quello che si propone di fare l’ I.A. apparentemente non sembra cosi impossibile sostituire sistemi operativi agli esseri umani.

Ma davvero l’intelligenza umana si limita solo a questo? Un insieme di apprendimenti basati sull’esperienza, sulle conoscenze, che ci consentono di risolvere problemi, pianificare ed eseguire compiti senza il rischio di commettere gli stessi errori?

Davvero non esiste differenza tra le capacità cognitive (replicabili dall’intelligenza artificiali) e l’intelligenza umana che si avvale anche del pensiero non cosciente (come quello dei sogni ad esempio) che può portare ad una ulteriore realizzazione dell’essere umano?

A mio avviso, l’essere umano è decisamente più complesso di così. Purtroppo o per fortuna.

Quando ho cominciato ad interessarmi di questo fenomeno la cosa che più mi aveva fatto riflettere era il fatto che attraverso questo strumento si poteva in qualche modo sostituire l’uomo con le macchine in lavori prettamente “pratici”. Poi documentandomi meglio ho appreso alcune cose che mi hanno davvero fatto riflettere sulla direzione allarmante che la società e alcune persone potrebbero scegliere di intraprendere attraverso l’utilizzo dell’ I.A.

Certamente l’ I.A. in alcune situazioni può semplificarci la vita: può effettuare analisi complesse e fornire risultati accurati e precisi, può elaborare grandi quantità di dati in tempi molto brevi, può personalizzare prodotti e i servizi in base alle preferenze individuali. Tutto questo può senza dubbio farci risparmiare tempo e aiutarci in attività che non richiedono particolare ingegno o impegno intellettuale; attività puramente pratiche e ripetitive di un processo.

Torniamo però ai miei dubbi e alle mie riflessioni iniziali che mi destano preoccupazione.

Ho recentemente sentito parlare dell’uso di I.A. in servizi per la salute mentale dove applicazioni forniscono suggerimenti per affrontare l’ansia, la depressione e su come riconoscere le proprie emozioni e sviluppare abilità di resilienza.

Robot artificialmente intelligenti utilizzati nell’area della sessualità; alcuni ricercatori si chiedono se l’utilizzo di questi robot potrebbe anche essere utile per la riduzione di crimini e abusi sessuali o nei casi di pedofilia (come se il problema fosse risolto se tali comportamenti si riversano su un robot anziché di comprendere e curare chi manifesta un certo tipo di malattia!).

Robot artificialmente intelligenti utilizzati con bambini inquadrati in diversi spettri autistici e che apparentemente reagiscono meglio a queste macchine che non all’interazione con gli esseri umani (e questa cosa viene vista come una soluzione anzichè come un ulteriore dato sul quale approfondire per aiutare questi bambini!). (https://www.stateofmind.it/2023/05/intelligenza-artificiale-applicazioni/)

Confesso che quanto detto finora mi impedisce di non essere critica anche se volevo pormi così ed offrire soltanto spunti di riflessione.

Forse la differenza sta nel fatto che se queste righe fossero state scritte da un sistema di intelligenza artificiale non avrebbero sollevato dubbi, posto domande, suscitato emozioni, fatto trasparire preoccupazione e dissenso. Forse la differenza tra l’I.A. e l’intelligenza umana sta nel fatto che l’uomo è in grado di pensare e le macchine no.

L’intelligenza umana non è data solo dall’insieme delle informazioni che possediamo, dalle esperienze fatte, da quello che siamo in grado di comprendere solo perchè lo abbiamo vissuto direttamente.

L’I.A. può soltanto mettere insieme dati, numeri, fatti, definizioni ed elaborarle in assenza di una cosa fondamentale: il pensiero.

Allora possiamo dire che l’I.A. è linguaggio senza pensiero?

Penso che il progresso tecnologico, come già detto, possa in qualche modo essere utile e in alcuni ambiti anche essenziale, ma davvero non riesco a guardare al futuro immaginando uno scenario dove i rapporti umani possano essere sostituiti da algoritmi e programmi; la figura dello psicologo psicoterapeuta non è solo quella di un professionista che ha studiato e sa interpretare e curare la malattia mentale, il malessere psichico ma è un essere umano che di tutte quelle conoscenze insieme all’interesse per chi ha davanti, la fantasia, la capacità di immaginare è capace di realizzare un rapporto che cura, fa stare bene.

Non voglio immaginare un futuro dove tutti prigionieri di un individualismo pericoloso sostituiamo con robot la possibilità di rapportarci ad un amico per un confronto costruttivo, uno scambio di emozioni; non posso e non voglio pensare che, per quanto difficile il rapporto con l’altro, la soluzione possa essere non fare più l’amore o non innamorarci.

Pensavo sarebbe stato facile scrivere qualcosa su questo tema ma mi rendo conto che apre infinite parentesi che meriterebbero ulteriori approfondimenti e magari a qualcuno verrà voglia di farlo.

In conclusione mi sento di ribadire un concetto che spesso viene fuori da quello che scrivo e che invece sempre più spesso sento essere il pensiero dominante sul quale molte ricerche, studi e interventi terapeutici (non tutti per fortuna e ne sono una testimone diretta) indirizzano l’interesse principale: l’essere umano, nella sua complessità e bellezza, non deve essere omologato in canoni di perfezione e infallibilità. Dobbiamo far volare libera nell’aria l’idea che sbagliare, essere lontani dalla perfezione ci rende unici; che a tutto esiste una soluzione, che rapportarci agli altri non sempre è facile e che non tutto fila sempre liscio. Ma non importa, la soluzione non è relazionarci ai robot o diventare dei robot.

La soluzione è restare Umani. Imperfetti. Pensanti.

Valeria Verna

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