INSEGNARE SIGNIFICA NON SMETTERE MAI DI STUDIARE

INSEGNARE SIGNIFICA NON SMETTERE MAI DI STUDIARE
La storia umana è l’unico grande oggetto del desiderio che nessuno ci potrà mai portare via

La pandemia ha riportato la scuola in primo piano evidenziando problematiche in realtà esistenti da tempo: classi pollaio, spazi non sempre adeguati, device indispensabili per una didattica innovativa. A questi problemi si sono accompagnate numerose critiche nei confronti di una didattica incentrata sui contenuti e su un metodo trasmissivo. Sono state proposte e sperimentate metodologie di insegnamento senz’altro interessanti. Per questo la questione che pongo potrà apparire un po’ fuori moda perché vorrei tentare di riabilitare i tanto bistrattati contenuti. Mi domando da tempo se una delle cause dello scarso interesse degli studenti nei confronti di molte discipline scolastiche non sia in realtà una inadeguatezza dei contenuti stessi. 

Siamo nel 2021 e negli ultimi cinquanta/sessanta anni il mondo è cambiato vertiginosamente. Sono stati anni importantissimi la cui analisi storica e culturale è indispensabile per cercare di comprendere il presente. Ma cosa succede nelle nostre scuole? La maggior parte dei docenti di Letteratura italiana, Storia, Filosofia, Storia dell’arte arrivano nello svolgimento dei loro programmi alla Seconda guerra mondiale. Nulla è cambiato da quando la studentessa ero io, peccato che di tempo ne è passato un bel po’ e la Storia è andata ineluttabilmente avanti!

La scuola è lo specchio della società e la società in cui oggi viviamo sembra galleggiare in un eterno presente apparentemente velocissimo ma che in realtà si sposta da un presente all’altro in quello che potremmo definire un “falso movimento”; un tempo che sembra aver perso qualsiasi nesso con il passato e che, di conseguenza, non riesce a progettare un possibile futuro. Perché i nostri studenti dovrebbero interessarsi a quel che è avvenuto cento o cinquecento anni fa se i fili sono stati spezzati e la scuola non dà loro gli strumenti per riannodarli? Come possono i nostri ragazzi comprendere quel che sta accadendo in Afghanistan se non gli abbiamo raccontato niente del Vietnam o dell’infinito conflitto israelopalestinese o del postcolonialismo? Come possono appassionarsi all’enorme evento migratorio che i libri di testo continuano a definire “invasioni barbariche” se non partendo da quel che sta accadendo oggi nel nostro Mar Mediterraneo e nell’Est dell’Europa? Impossibile comprendere il fenomeno delle migrazioni se non vengono analizzate le cause storiche, economiche, climatiche, politiche che lo provocano, magari dando anche un’occhiata alla realtà del nostro Paese che nel secolo scorso ha visto emigrare milioni di persone.

Potremmo far leggere ai nostri studenti, solo per fare un esempio, un libro di Abdulrazak Gurnah, fresco di Premio Nobel per la letteratura assegnatogli “Per la sua appassionata e risoluta narrazione degli effetti del colonialismo e del destino dei rifugiati tra culture e continenti“, invece di fermarci mesi e mesi sulla Divina Commedia e sui Promessi sposi come se niente di più valido fosse stato scritto dopo. Potremmo affrontare il Risorgimento italiano partendo dall’analisi della situazione presente e da tutte le problematiche di un’Italia che continua a essere divisa in due.

Per non parlare dei programmi di filosofia per cui si arriva ad affrontare il pensiero di Nietzche, Bergson, Freud (considerato un filosofo!), ma non si affronta Heidegger e il suo dichiarato nazismo. Niente sul pensiero filosofico degli ultimi decenni! Niente sulle scoperte scientifiche sulla psiche umana che hanno smentito totalmente Freud e la sua idea di un inconscio naturalmente perverso!

Forse la causa dello strappo sta nella difficoltà degli insegnanti di proporre una lettura chiara e valida dei decenni che sono alle nostre spalle. Compito indubbiamente complesso che richiede studio e approfondimento, ma insegnare significa non smettere mai di studiare. Mi viene il sospetto che alcuni insegnanti non abbiano molta voglia di spendere tempo ed energie per fare ricerca. Preferiscono ripetere all’infinito quel che sanno perché è più facile. Preferiscono aggiornarsi sull’ultimo metodo didattico all’avanguardia (proposto a volte da chi non ha mai messo piede in un’aula scolastica!) davanti al quale non è necessario porsi domande complesse, di contenuto appunto. 

Uno dei più importanti nodi da sciogliere per tentare di comprendere il presente e reinserirlo nel corso del tempo è il passaggio degli anni sessanta e quel che ne è conseguito. Bisognerebbe chiedersi qual è stato il lascito di quegli anni, certamente la conquista di diritti civili e di una maggiore democrazia nelle istituzioni, oltre che importanti miglioramenti nel mondo del lavoro (il primo Statuto dei lavoratori in Italia è del 1970). Più difficile è rintracciarne l’eredità culturale. “Vietato vietare“, “libertà al potere” erano gli slogan gridati in tutte le piazze. Per Wilhelm Reich, David Cooper, Herbert Marcuse, Jean Paul Sartre, alcuni dei teorici della “società repressiva“, l’unica strada per la realizzazione umana sarebbe stata quella della liberazione da ogni repressione. 

Chiedo venia per la sintesi grossolana su un argomento che richiederebbe molte pagine di riflessione, ma voglio fermarmi sull’unica idea sopravvissuta a quegli anni che è nella parola”libertà“: ognuno oggi è libero di pensare e fare quel che vuole indipendentemente dalla validità teorica, storica, scientifica, umana del suo pensiero. Liberi i no-vax di mettere a rischio la propria vita e quella degli altri. Liberi altri di dire che gli immigrati ci rubano il lavoro, anche se senza di loro non avremmo la nostra bella insalata nel piatto; liberi di dire che violentano le nostre donne, anche se la stragrande maggioranza dei delitti contro di loro è compiuta da mariti, fidanzati, amanti, tutti italianissimi. 

È questo il risultato dell’aver inneggiato alla libertà senza aver pensato che non poteva esserci libertà in assenza di un contenuto di pensiero valido, fondato su una verità teorica, storica, scientifica, umana. Una bella parola che però può essere soltanto un elegante vestito che può nascondere un corpo deforme. 

Non possiamo permettere che i nostri studenti si fermino a contemplare il bel vestito, hanno tutto il diritto di scoprire le forme di quel corpo e qual è il sangue che ci scorre dentro. Penso che noi insegnanti dovremmo partire dall’interrogare il presente, dall’ascoltare le domande che su di esso pongono gli studenti e riallacciare insieme a loro i fili che sono stati strappati. Potremmo scoprire il fascino della storia umana che, come qualcuno ha detto, è l’unico grande oggetto del desiderio che nessuno ci potrà mai portare via.

Mi torna alla mente il ricordo di quando, seduta nel mio banco, ascoltavo incantata le parole di un supplente di Filosofia che “trasmetteva contenuti” talmente affascinanti che mi hanno fatto innamorare delle capacità del pensiero umano, anche se quel professore è stato nella mia classe soltanto per quindici giorni. 

Lascio questa domanda ai miei colleghi: siamo proprio sicuri che la trasmissione di contenuti non abbia validità didattica? Forse la validità didattica dipende dalla qualità dei contenuti che trasmettiamo, da quanto le ragazze e i ragazzi li sentano indispensabili per comprendere la propria storia e per costruire il proprio futuro.

Mariantonietta Rufini

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