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Il piano di sopra

Il piano di sopra
Il treno rallenta di nuovo. È solo un Intercity, dovevo aspettarmelo.

Il treno rallenta di nuovo. È solo un Intercity, dovevo aspettarmelo.

Avrei potuto cambiare a Firenze e prendere il treno veloce ma ho preferito seguire il Tirreno. Nessun cambio e ogni tanto posso sperare di vedere il mare, mi viene da dire: “eccolo!” Quando vedo un po’ di blu dal finestrino, come fosse un amico alzerei anche la mano per salutarlo.

E poi è un treno che conosco. L’ho già preso per andare a Follonica dai cugini di mia madre. Oppure a Grosseto, Luca mi ospita prima a casa e poi sulla sua barca da pesca.

Ma oggi proseguo. Avevo 25 anni la prima e unica volta che andai a Roma. Era per un Concorso pubblico dopo la mia laurea, che è stata inutile come l’etichetta di carta sulle bottiglie di plastica.

Mio nonno tra la Settimana Enigmistica e l’orto, si occupava di trovare i concorsi per me. Voleva che andassi subito via da Viareggio e ancora non ho capito perché tanta fretta.

Quella volta arrivai in città per restare due giorni, presi una stanza in affitto per una notte, poi il concorso la mattina e il treno che mi avrebbe riportato a casa.

Ma il giorno della partenza incontrai Alice. Rimasi in quella stanza per quasi due mesi.

Non mi dedicai alla ricerca di un lavoro – visto l’indecente prova scritta – ma quelli furono i giorni in cui iniziai a scrivere. Il resto del tempo ero con lei.

Viveva al piano di sopra.

In quel primo incontro non mi degnò di uno sguardo.

La seconda volta la salutai al portone del palazzo. Neanche rispose.

La terza volta mi impegnai un po’ di più e le chiesi l’ora. Lei sorrise per la mia originalità, ma si era accorta di me.

Conosco Roma grazie a lei. Lavorava la mattina all’Università e a volte mi svegliavo presto per accompagnarla. Mentre lei scriveva la tesi di Dottorato io giravo per le aule, tra lezioni di Geologia applicata e Chimica analitica. Il pomeriggio mi portava in centro, per musei e poi a vedere i parchi della città. Ma anche in periferia, fino a tarda sera.

Maggio sta a Roma come sigaretta sta a caffè.

Ma era al piano di sopra, a casa sua, che eravamo tutto. Aveva una casa bellissima. In apparenza un semplice bilocale che in realtà era il prolungamento del corpo di Alice. Mai vista tanta continuità tra una donna e la sua casa. Tutto li dentro sapeva di lei, la sua storia, i suoi interessi, le sue passioni e delusioni. Il suo profumo.

Passammo insieme solo due notti. Consecutive. Nella mia stanza. Le linee del suo corpo nella penombra sono ancora i miei sospiri.

Qualche giorno dopo mi fece quella che lei chiamò una sorpresa. Trasferì le mie cose dal piano di sotto al piano di sopra. Non mi chiese mai cosa volessi.

Io non dissi niente, ma mi resi conto di quanto fino al giorno prima l’avessi amata.

Trasferii le mie cose su un taxi e me ne andai.

Oggi torno a Roma per presentare il mio primo romanzo. L’editore dice che devo vivere in una grande città se voglio decollare come scrittore. Io resisto.

Non ho più saputo di lei. So solo che non vive più in quella casa.

Roma Termini.

Walter Di Mauro

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