Il Linguaggio. Un mondo interiore

Il Linguaggio. Un mondo interiore

La Consensus Conference del 2019 riguardo ai disturbi del linguaggio si esprime così: “… ad oggi il patrimonio di conoscenze prodotte dalla letteratura scientifica internazionale sui DPL (Disturbi Primari del Linguaggio) presenta ancora, su alcuni snodi specifici del percorso diagnostico terapeutico, aree di incertezza… (…) i risultati non sempre concordi hanno limitato, a livello internazionale, la produzione di Linee Guida basate sull’evidence-based medicine. La complessità del fenomeno è dovuta anche alla variabilità dei quadri clinici e del loro decorso…”

Il DSM-5 inserisce il Disturbo del Linguaggio tra i Disturbi del neurosviluppo nella categoria dei Disturbi della Comunicazione, definendolo:

“…persistente difficoltà nell’acquisizione e nell’uso di diverse modalità di linguaggio (…) non attribuibili a deficit sensoriali, a disfunzioni motorie o altre condizioni mediche o neurologiche…”

Soltanto da poco tempo si parla di Disturbo di Linguaggio e non di Disturbo SPECIFICO Del Linguaggio perché ci si è resi conto che nella complessità rappresentata dal definire il linguaggio e nelle problematiche che un bambino con queste difficoltà può incontrare non è del tutto corretto e appropriato parlare di specificità.

Come ogni tappa che riguarda l’età evolutiva (laddove l’intelligenza è nella norma e non ci sono deficit di natura sensoriale o neurologica) è davvero difficile, se non impossibile, definire ed inquadrare un bambino soltanto perché possiede alcune caratteristiche e non altre.

Le difficoltà del Linguaggio vengono definite con abilità che sono quantificate in base a ciò che ci si aspetta che un bambino sappia fare ad un certo periodo della sua vita (entro i 3 anni).

Una percentuale notevole di bambini ai quali viene diagnosticato un disturbo del linguaggio, se non risolto prima dell’età prescolare, si pensa possa sfociare in un disturbo specifico dell’apprendimento.

Se è vero che molti bambini con difficoltà di linguaggio potrebbero presentare DSA possiamo riprendere quel filone già descritto in questo blog nell’articolo del 20 novembre 2020 (“Disturbi specifici di apprendimento”: Cosa ci dicono i bambini?), dove ci si interroga sul fatto che prima ancora di arrivare all’età della scuola, qualcosa potrebbe aver influito sul bambino che presenta delle difficoltà.

Possiamo affermare che è imprescindibile saper aiutare questi bambini da ogni punto di vista ma che prima ancora bisogna occuparsi della loro realtà umana, tenendo in considerazione che esiste un periodo fondamentale dove la ricchezza più grande non viene espressa dalle parole.

Di cosa è fatto quel primo anno di vita (dove il bambino ancora non si esprime a parole e non ha che fare con gli apprendimenti scolastici), in cui tutto, o molto, può essere determinante per lo sviluppo psicofisico dei più piccoli?

Ma cos’è il Linguaggio e cosa rappresenta?

Appena nati siamo in grado di emettere suoni e siamo predisposti ad imparare tutti quelli esistenti al mondo e possiamo comprendere e successivamente produrre, tutte le lingue alle quali veniamo esposti.

Ogni forma vivente ha il proprio modo di comunicare con i suoi simili ma ci sono sostanziali differenze tra l’evoluzione del linguaggio umano e gli altri esseri viventi e la motivazione che spinge l’uomo ad esprimersi e comunicare.

Una prima differenza molto evidente è sicuramente data dal fatto che dalla nascita il linguaggio umano si modifica e mentre il barrito dell’elefante resterà per sempre un barrito (più o meno intenso), il vagito del neonato si trasformerà in linguaggio verbale/articolato.

Gli animali sono capaci di comunicare la fame, il pericolo, i bisogni necessari alla propria sopravvivenza e a quella della loro specie. Possiedono una loro intelligenza e fanno delle cose incredibili. Mai, però, le cose inutili e bellissime che possono fare gli esseri umani!

L’essere umano piange sicuramente se ha fame o freddo ma la sua richiesta nel soddisfare questi bisogni nasconde anche la certezza che l’adulto che soddisfa queste vitali necessità, risponda anche all’esigenza di un mondo fatto di affettività ed interesse.

Dovremmo invece pensare che il bambino, che a differenza degli animali possiede il Pensiero e lo possiede fin dalla nascita, abbia naturalmente dentro di sé la predisposizione a cercare e creare un rapporto interumano, e che questo rapporto sia fondamentale prima ancora che parli.

Non dobbiamo pensare che il bambino svilupperà il linguaggio articolato soltanto per imitazione verso il mondo degli adulti che lo accudiscono; da loro sicuramente apprenderà la lingua che sarà il cinese in Cina e l’italiano in Italia. Banalmente, che non parli per imitazione ci viene anche confermato da alcuni errori che commette e che è improbabile abbia sentito pronunciare da un adulto. Il bambino possiede naturalmente dentro di sè la possibilità di sviluppare tutto il necessario se l’ambiente esterno risponde e non è deludente.

E’ fondamentale, quindi, occuparsi di quel periodo della vita dove il linguaggio verbale non è presente e il bambino esprime in altri modi, creativi ed originali, il suo mondo interiore; un mondo fatto di immagini che è conoscibile e va necessariamente ascoltato.

Penso dovremmo smettere di credere che il bambino sia una tavoletta di cera che si possa modellare a proprio piacimento, che impari solo per imitazione o che abbia esclusivamente bisogno di essere nutrito e scaldato; dovremmo invece pensare che il bambino possegga fin dalla nascita la possibilità di svilupparsi e crescere senza “difetti” e/o carenze. E se questo non avviene, aver il coraggio di comprendere e ricercare le motivazioni.

Quello che andrebbe proposto sempre (che è poi il comune denominatore degli articoli da me scritti fino ad ora) è una presa in carico totale del bambino e uno sguardo profondo e ampio sulla sua realtà interna, su quel mondo di affetti, sensazioni e immagini legato ai suoi rapporti più significativi.

Certamente il lavoro del Logopedista è quello di intervenire sui sintomi e risolvere alcune problematiche con l’utilizzo più o meno efficace di “tecniche” le varie difficoltà che un bambino possiede, ma quale difficoltà viene superata se non sono anche le cause a venir affrontate?

Con quest’ultima domanda torno a ribadire l’importanza di un lavoro che coinvolga più figure professionali e un progetto che includa la famiglia e la scuola, laddove sia possibile e necessario.

Valeria Verna

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Commenti (3)

  • […] Spiegavo cosi, durante il trattamento logopedico, che la cosa più importante (visto che la lesione non consente la produzione ne orale ne scritta di parole) fosse che lui avesse innanzitutto l’intenzionalità di comunicare e che poi avremmo trovato insieme il metodo più diretto, come la gestualità, la mimica facciale o l’utilizzo di ausili, tabelle comunicative …non voglio perdermi in tecnicismi sul mio lavoro e nemmeno rischiare di banalizzare quello che è un percorso difficile e faticoso per chi ne è coinvolto. Ma devo ammettere che in questo mio paziente (e in tanti altri) ho ritrovato molta di quella poesia di Chaplin. La poesia che forse ad oggi rende il mio paziente (del quale non specifico il nome solo per tutela della privacy) capace di farsi comprendere anche senza usare il linguaggio verbale, (anche di questo ho approfondito sul tema nell’articolo “Il linguaggio. Un modo interiore”). […]

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