I ragazzi del 5G

I ragazzi del 5G
Il 2019 è preistoria, c’erano i dinosauri!

Continua l’intervista fatta a Sara Lazzaro, sul tema della scuola e del rapporto degli adolescenti col modello sociale proposto dagli adulti soprattutto nell’ultimo anno di pandemia.

La quotidianità e la socialità sono radicalmente cambiate negli ultimi mesi. Ma chi ha subito le maggiori conseguenze della pandemia sono stati quasi certamente gli studenti. Mancanza di spazi e connessioni per la didattica a distanza, rischio sempre più elevato di studenti che non completeranno il loro percorso di studi. Si può parlare di danno generazionale?

Il danno più grave è che molti studenti negli istituti superiori hanno abbandonato il percorso scolastico. Questi ragazzi si sono trovati ad un certo punto chiusi in casa senza possibilità di socializzazione, magari con difficoltà nel connettersi, con situazioni familiari ed economiche fragili: si sono persi per strada e nessuno è andato a recuperarli. All’epoca del primo lockdown non era possibile intervenire in alcun modo. In seguito, alla fine del 2020 il messaggio politico inviato è stato (e la politica è la storia di un paese, la cultura di un paese) “…a Natale puoi spendere nei negozi ma il museo resta chiuso”. Il messaggio che invece ci si sarebbe aspettati dalle Istituzioni è che la formazione e la cultura sono prioritarie. Non si può presentare ancora una volta come modello sociale quello in cui la caratteristica fondamentale dell’uomo è la produttività. Questo messaggio psicologicamente danneggia i ragazzi perché dice loro che la scuola e l’apprendimento contano poco.

Credo quindi che il rischio sia quello di avere un tasso di abbandono scolastico altissimo che pagheremo caro, anche dal punto di vista economico: avremo lavoratori meno qualificati e meno possibilità di lavoro.

Creare una generazione con deficit di contenuti, relazionali, di educazione alla cittadinanza e di consapevolezza di sé, significa avere cittadini che saranno pieni di problematiche e questo ricadrà su tutta la società. Per non parlare del fatto che gli anni dell’adolescenza sono anni in cui il rapporto con la collettività è fondamentale per la formazione. Il venir meno di tutto questo creerà una frattura sociale. Saremo meno comunità e più individui soli. Anche questo è il rischio.

Cosa possiamo imparare da questo periodo storico e quali accorgimenti possiamo prendere per riuscire a garantire il diritto allo studio di tutti gli adolescenti?

Il diritto allo studio deve essere garantito a 360 gradi: non si può risolvere facendo andare gli studenti a scuola seduti al banco come se il problema fosse solo quello. Ci vuole anche un’idea diversa, un’attenzione diversa.

Bisogna cambiare il paradigma, cioè la formazione e la cultura devono essere prioritarie e le scelte politiche, tecniche e pratiche devono essere finalizzate a questo. Ad esempio si potrebbero ridurre gli alunni per classe e aumentare il numero dei docenti per garantire la presenza di tutta la classe. Io sono convinta che in politica le risorse economiche possono essere trovate, magari decurtando le spese militari e investendo maggiormente sulla scuola.

La crisi economica e sociale vissuta a partire dal 2020 condizionerà la scelta degli adolescenti nei vari indirizzi scolastici?

Si, purtroppo la sta già condizionando! Soprattutto la scuola media che negli ultimi anni si è fatta in modo discontinuo, quindi con una acquisizione molto fragile di competenze, sta spingendo le famiglie a fare scelte più pratiche verso indirizzi di studio più tecnici o che comunque orientino immediatamente al lavoro; le famiglie temono di  non potersi permettere gli studi universitari dei loro figli. A maggior ragione in un momento in cui la pandemia ha acuito la crisi economica già presente, il modello del successo e del denaro può diventare ancora più violento, soprattutto per chi è più disagiato.

Tutto ciò è triste perché invece i ragazzi dovrebbero scegliere in base alla loro vocazione. Pensiamo, ad esempio, al boom delle facoltà tecnico-scientifiche per cui molti studenti, pur non essendo particolarmente portati per quelle materie o entusiasti della matematica, della fisica o dell’ingegneria, si iscrivono a quelle facoltà perché pensano di poter trovare un buon lavoro, soprattutto ben pagato. E questo è causa anche della dispersione scolastica universitaria. Mentre al liceo l’abbandono totale è rilevante ma in percentuale bassa, all’università, una volta che abbandoni, nessuno ti viene a bussare a casa, quindi ti perdi.

Nel nostro liceo il 92% di alunni andava all’università ma già l’anno scorso siamo scesi all’87%.

Se ad esempio si ha il negozio di famiglia si manda il figlio a lavorare lì e così i ragazzi sono costretti, come un secolo fa a proseguire le strade dei propri genitori perché sono quelle che garantiscono una sicurezza economica, piuttosto che seguire le proprie aspirazioni. A mio avviso è proprio un danno generazionale perché il mancato svincolo dalla famiglia di origine ha ricadute psichiche notevoli.

Sarà necessario rivedere i programmi scolastici e introdurre nuove materie nei prossimi anni?

Per me è inconcepibile che l’informatica sia insegnata soltanto in alcuni istituti tecnici e non sia un insegnamento obbligatorio in tutte le scuole.

I ragazzi, i famosi nativi digitali, sembrano digitalizzati perché usano Facebook o Instagram ma se devono organizzare un programma, usare Excel, o altri software non sono così preparati come ci si immagina.

Inoltre non capisco perché le materie psicopedagogiche devono essere appannaggio del solo liceo socio-psico-pedagogico, ex magistrale. Materie come diritto e psicologia (al di là dell’insegnamento generico di educazione civica), potrebbero essereinsegnamenti fondamentali per tutti. Le dinamiche relazionali, gli aspetti psichici dell’età evolutiva potrebbero essere studiati nei corsi di scienze. Ma perché devo conoscere la fisiologia del corpo e non quella della mente? Come se la mente non ci fosse o non contasse. E’ una negazione mostruosa della realtà e così ci ritroviamo con un femminicidio al giorno! Le dinamiche relazionali tra il maschile e il femminile, cosa è e cosa non è la sessualità, è possibile che siano argomenti che non possano ancora entrare all’interno della scuola?

Ad un anno esatto dall’inizio della pandemia ci ritroviamo di nuovo in zona rossa. La speranza è che ci sia un progetto da parte delle istituzioni, ma la sensazione è che si stia navigando a vista, nell’attesa che le aziende farmaceutiche consegnino una gran quantità di vaccini per gli adulti. Nel frattempo le scuole chiudono, tutti di nuovo in DAD, ma non c’è un’idea per una didattica a distanza che possa essere funzionale e innovativa.

Sarebbe necessaria una società che si occupi del presente e del futuro degli adolescenti, che consideri il fatto che nell’ultimo anno è aumentato il malessere psicologico dei ragazzi, lo dicono i numeri (tanto cari in questo periodo) esposti dalle organizzazioni sanitarie. Cosi i giovani reagiscono con violenza, si incontrano per le strade e fanno le risse: sono degli irresponsabili! Ma è davvero cosi?

Nessuno si occupa delle loro difficoltà, della loro realtà, ma soprattutto della loro identità. Sono solo piccoli uomini che prima o poi cresceranno, saranno adulti e vaccinati! Per ora teniamoli a “distanza”.

L’unico prospettiva finora proposta agli studenti è la corsa a tornare ad una “normalità”, allo stato precedente, a quella che era la vita fino al 2019.

Ma il 2019 è preistoria, c’erano i dinosauri!

Maria Giubettini

Walter Di Mauro

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