FARE PER ESSERE? O ESSERE PER POTER FARE?

FARE PER ESSERE? O ESSERE PER POTER FARE?

In questi ultimi mesi di articoli interessanti sul blog, mi ha colpito la reazione avuta rispetto l’articolo scritto da Sara Lazzaro sui ragazzi e sulla scelta del loro futuro in ambito scolastico e di vita (LA LIBERTA’ DI SCEGLIERSI IL PROPRIO TEMPO).

Lavoro proprio con i liceali e li vedo preoccuparsi di quello che li aspetta, a volte angosciarsi spaventati di non essere all’altezza di qualcosa che ancora non sono diventati ma che già li travolge. Poi ci sono anche i ragazzi che con grandi certezze e rigore già sanno cosa faranno e saranno senza il minimo dubbio. Non è detto che a loro vada meglio…il salto dal liceo al futuro è incerto per definizione, è completamente libero, è un fatto più esplorativo che di certezze a priori. Ma non è solo perché incontro questi ragazzi quasi adulti che mi interessa questo argomento.

Riguarda un ricordo. Il ricordo di me alla loro età. Ero piena di paure e di insicurezze però sapevo che nonostante tutto dovevo farcela. Dovevo studiare, andare all’università, anzi dovevo prima di tutto passare la selezione per accedere ai corsi e poi correre un esame dopo l’altro per arrivare alla laurea nei tempi previsti dai programmi (e soprattutto da me). Per non parlare dei voti che dovevano essere perfetti.

Dovevo FARE molte cose, come vedete. Lo avevo deciso. Da quel fare dipendeva tutto: quello che ero, quello che valevo, quello che era importante.

E’ andata così poi?

No!

I voti più alti e gli esami snocciolati uno dopo l’altro mi avevano fatto capire chi fossi? Valevo quei voti?

Personalmente ho sempre amato e amo molto studiare e non è facile per me dire questo, ma la risposta è No!

Quel FARE di altissimo livello, molto efficace, molto sicuro, molto coinvolgente, nascondeva qualcosa. Una carenza di qualcosa. Un essere un po’ vacillante che ha dovuto lavorare duramente in ben altro modo per rimettersi in piedi e vedersi riconoscere il proprio valore. Per arrivare ad un ESSERE che sa riconoscere e valorizzare tutto quel fare precedente fatto un po’ senza senso.

Una volta elaborato tutto questo mi sono permessa di fare tante cose diverse, di impararne altre, di pensare pensieri non pensabili in precedenza perché prima dovevo solo fare. Mi sono potuta permettere di essere e di fare non soltanto una cosa, ma mille.

Questi ricordi personali che condivido vorrebbero essere uno spunto per pensare a quello che dobbiamo fare e a quello che dobbiamo essere anche oggi che non saliamo più le scale del liceo e dell’università tutti insieme come diceva Gioia Piazzi nel suo emozionante articolo, ma dobbiamo “fare del nostro meglio” (ROTOLANDO VERSO SETTEMBRE).

Dire o fare qualcosa ma profondamente pensarne un’altra, non è solo una brutta questione di ipocrisia. Tale incoerenza è quella che fa stare spesso male i più piccoli di noi che si trovano a non capire il modo degli adulti che dovrebbe dare loro conferme. Ma questa stessa incoerenza fa stare male proprio noi. O meglio, se ci fa stare male è buon segno. Vuol dire che abbiamo ancora una sensibilità funzionante che suona come un campanello di allarme.

Non abbiamo due anime, non siamo divisi a metà. Il dentro e il fuori possono e devono quindi stare insieme.

Allora la ricerca da fare riguarda la coerenza tra il dentro, l’identità, gli affetti, i sogni, le speranze, e il nostro fare e realizzare qualcosa.

Essere puliti per realizzare un mondo più pulito. Essere meno violenti per realizzare un mondo meno violento. Essere meno sfruttatori per realizzare un mondo più sostenibile.

Può essere questa una bussola per fare la cosa giusta?

Maria Giubettini

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FARE PER ESSERE? O ESSERE PER POTER FARE?
Foto scattata da: ArtHouse Studio
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