E LE RISPOSTE DEGLI ADULTI?

E LE RISPOSTE DEGLI ADULTI?

Come Gioia, l’autrice del precedente articolo “Le domande dei ragazzi”, anche io vorrei parlarvi dell’incontro avuto con il collettivo studentesco e più in generale di quello che ho sentito raccontare dai ragazzi stessi nel corso degli ultimi anni di attività dello sportello di ascolto nelle scuole.

E’ vero! Come diceva Gioia, gli studenti hanno la sensazione che gli adulti non gli rispondano. Né i professori, né i genitori, né nessun’altro. Lo sento dire continuamente, in un modo o in altro: “tanto la prof non mi capisce”, “mio padre se c’è è meglio che non gli parli”, “è così che ci vuoi fare”, “con mia madre ci parlo ma poi non cambia niente”, “non capisco perché mi abbiano mandato da lei dottoressa, tanto devo cavarmela da solo”.

La verità è che quando ai ragazzi si da la possibilità di parlare, di chiedere, dimostrano il più delle volte di saperlo fare benissimo, ovviamente a modo loro. Con ironia a volte, con il desiderio di provocare ma anche di sapere se sappiamo reggere la provocazione, con una grande leggerezza, spesso scambiata per superficialità e immaturità. Ma forse sono gli adulti che hanno perso quella leggerezza e non la riconoscono più.

Però può succedere che i più giovani si esprimano anche in modo molto duro e disperato. A volte in modo molto conformista o molto (troppo) serio. A questo punto ascoltando questi ragazzi vi assicuro che scatta qualcosa. Si sente una dissonanza.

Perché è vero che, destreggiarsi tra la scuola che pretende, il corpo che cambia, i genitori, i compagni di scuola, i primi amori, la guerra, la pressione di un mondo nozionistico e performante, è un vero cimento per gli adolescenti. Possono inciampare e ammaccarsi un po’, poi si rialzano e si leccano le ferite in un angolo ma la sensazione di disperazione, di non avere via di uscita, che la vita sia un destino scritto è assurdo e inaccettabile. E a questo punto, non si può assolutamente non rispondere!

Come possiamo noi adulti rispondere ai ragazzi?

Tra giovani e adulti sembra che ci debba essere per forza un incontro-scontro, una impossibilità di comunicare, di capirsi. Ma siamo tutti umani, un modo ci deve essere!

Da adulti abbiamo una responsabilità, di non farvi fare errori troppo grandi perché per esperienza sappiamo che lo sono. In una parola dobbiamo saper dire di no ai più giovani. Però dobbiamo saper spiegare i no ed è questa la nostra responsabilità. Dovremo averci capito qualcosa delle esperienze fatte per potervele raccontare e potervi dire qualcosa, altrimenti quei no diventano esercizi di potere cui giustamente i ragazzi si ribellano.

Diciamo che quello che conta per un giovane non è lo stesso di quello che conta per un adulto. Però se io sono adulta e mi ricordo la mia storia posso immaginare cosa pensa un giovane. Me ne interesso e lo prendo sul serio.

Mi ricordo perfettamente cosa volesse dire per me un brutto voto. Ci stavo malissimo, mi pareva a volte che mi cadesse il mondo in testa.

Ora so che quei brutti voti sono stati preziosi, formativi, mi hanno fatto capire che non era solo un voto. Come ve lo possiamo far capire?

Se non facciamo sparire chi siamo stati, possiamo capirci. Se i ragazzi vedessero adulti che non si sono persi la “leggerezza” della gioventù magari non perderebbero la speranza di chiederci qualcosa.

Non è un caso quindi che il progetto salute mentale della rete degli studenti medi e universitari si è dato un titolo che è una anche una richiesta “Chiedimi come sto”.

La rete degli studenti ha realizzato un sondaggio su 30000 ragazzi e un paio di dati mi hanno colpito: il 73.6% dei ragazzi pensa che gli adulti non hanno fiducia nei giovani e il 95% che la solidarietà sia un valore migliore della competitività.

Vogliamo chiederci come mai i giovani ci vedono così? Vogliamo aiutarli a difendere le loro buone idee? Noi proveremo a rispondere! Iniziamo da questo evento di Papillon.

Maria Giubettini

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