“Disturbi Specifici di Apprendimento”: Cosa ci dicono i bambini?

“Disturbi Specifici di Apprendimento”: Cosa ci dicono i bambini?

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento importante di diagnosi di Disturbi Specifici Di Apprendimento (DSA), questo denota sicuramente maggior attenzione da parte degli insegnanti e delle famiglie che identificano e segnalano una difficoltà di un bambino e/o di un adolescente in ambito scolastico.

Da più di otto anni svolgo il mio lavoro di Logopedista e le mie competenze professionali riguardano la neuroriabilitazione specifica per gli adulti in pazienti con esiti di gravi cerebrolesioni acquisite e malattie neurodegenerative.

Quando mi è stato presentato il progetto Papillon ho sentito subito la certezza che potevo avventurarmi anche verso una realtà che spesso avevo messo da parte perché non mi corrispondeva in pieno il modo con il quale veniva affrontata e che avevo la possibilità di cimentarmi in qualcosa di nuovo nell’ambito dell’età evolutiva e della adolescenza.

Ne sentiamo parlare molto, ma cosa sono e come vengono definiti i DSA?

I DSA vengono definiti disturbi SPECIFICI rientrando nella categoria dei BES. (Bisogni Educativi Speciali), questa denominazione è dovuta alla tendenza a pensare che riguardino selettivamente alcuni processi di apprendimento, anche se è più verosimile constatare che quando un bambino ha difficoltà di lettura e scrittura, quasi sempre a queste sono associate problematiche di calcolo e difficoltà di attenzione e concentrazione.

Possiamo considerare queste “specificità” come peculiarità uniche ed individuali di ogni persona, come un insieme di predisposizioni e caratteristiche?

Questi disturbi vengono descritti nel DSM IV dapprima come “Disturbi ad insorgenza nell’infanzia, fanciullezza”; nel DSM V “Disturbi del Neurosviluppo”, dove è meno presente l’elemento organico ma vengono comunque considerati disturbi neurobiologici, facendo riferimento ad una multifattorialità tra aspetti biologici e ambientali.

La Consensus Conference sui DSA del 12/2010 promossa dal Ministero della Salute afferma, in riferimento ai disturbi specifici di apprendimento, che: “…a oggi il patrimonio di conoscenze prodotto dalla letteratura scientifica internazionale presenta aree di ambiguità e incertezza, a causa o della scarsità dei dati scientifici disponibili o della loro non concordanza…”, definendo questi disturbi come disfunzioni neurobiologiche croniche.

La stessa Consensus Conference incoraggia l’approfondimento rispetto questo ambito.

Per quanto riguarda la Dislessia uno studio individua la responsabilità del cromosoma 15; lo stesso studio afferma che però non sono stati identificati i geni che determinano questa difficoltà né tantomeno con certezza se questa difficoltà nasce da errori di percezione dei segni grafici propri della scrittura, di associazione tra tali segni e i suoni che ad essi corrispondono, o di un difetto della capacità attentiva.

La legge 170 del 2010 riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento che si manifestano in presenza di capacità cognitive adeguate, in assenza di patologie neurologiche e di deficit sensoriali, ma possono costituire una limitazione importante per alcune attività della vita quotidiana. Sono previste pertanto “misure didattiche di supporto”.

Analoga situazione, con diagnosi in continuo aumento si verifica per l’ ADHD (Deficit di attenzione e iperattività); bambini considerati troppi vivaci, con un disturbo del comportamento che frequentemente vengono curati anche con la somministrazione di farmaci e che troppo spesso diventano adolescenti e/o adulti molto problematici se l’intervento non è valido fin da piccoli.

Il ministero della Salute si esprime così in merito: “… è un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente, caratterizzato da inattenzione, impulsività, iperattività … non si conosce la causa esatta dell’ ADHD ma alcuni studi sembrano suggerire un ruolo di alcuni geni (in particolare di quelli che controllano il livello dei neurotrasmettitori cerebrali, come la dopamina) che, interagendo con alcuni fattori ambientali e sociali, potrebbero dar luogo a questo disturbo: si tratta, quindi, di una sindrome multifattoriale”…La diagnosi di ADHD è clinica, si basa cioè sulla valutazione dei sintomi da parte del medico…”

Possiamo porci delle domande?

Laddove l’iperattività, la disattenzione e l’impulsività sono sintomi, è possibile individuare la causa?

In considerazione del fatto che una persona abbia intelligenza e capacità cognitive adeguate alla propria età è doveroso comprendere la causa sottostante alla manifestazione di un sintomo.

E’ importante non solo considerare che ogni individuo possiede delle caratteristiche uniche, delle proprie predisposizioni e/o interessi, ma anche che i tempi e le modalità di apprendimento possano variare da persona a persona per diversi motivi.

Parliamo di bambini che attraverso la scuola si allontanano per le prime volte dal loro nucleo affettivo e che molto spesso non riescono a verbalizzare le loro difficoltà, insicurezze, paure.

Bambini che, crescendo, devono affrontare un cambiamento importante e al quale non sempre sono pronti; questi cambiamenti possono interferire sull’apprendimento e sul comportamento.

Inoltre, capita spesso che alcuni ragazzi vivano queste diagnosi come un “etichetta”, in alcuni si innesca cosi un pensiero di immodificabiltà che potrebbe generare senso di fallimento, bassa autostima e il timore di avere delle incapacità innate.

Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella nostra vita, per questo è importante l’approccio che scegliamo di utilizzare per intervenire e l’obiettivo al quale miriamo.

Per quanto detto finora, è per me di fondamentale importanza che si prenda in carico, non solo il bambino da più punti di vista, ma anche la famiglia e la scuola come parte attiva del processo; questo anche perché, nell’apporre delle etichette, nel tentativo di descrivere una difficoltà, si potrebbe correre il rischio di deresponsabilizzare delle figure che invece hanno molta importanza nell’evoluzione e nella crescita di ogni individuo.

In merito a quest’ultima affermazione è bene chiarire fin da subito che in queste situazioni non si cerca mai un “colpevole” ma l’origine di un disagio e il modo migliore di affrontarlo, non solo con l’intervento di professionisti dei vari settori, ma anche attraverso l’interazione e i rapporti umani, che restano alla base della vita di ognuno di noi.

Queste considerazioni hanno il solo scopo di sottolineare quanto sia fondamentale la collaborazione tra tutte le persone che ruotano intorno allo sviluppo dei bambini in quanto, questi ultimi, nascono con la totale fiducia che un altro essere umano si prenderà cura di loro e li amerà in modo incondizionato permettendogli di crescere, di essere liberi di non dover somigliare a nessuno se non a loro stessi.

Penso che ciò che conti davvero è che qualunque sia la “tecnica” che scegliamo per effettuare il nostro intervento, questa debba avere alla base un pensiero che ci suona e ci corrisponde, continuando a porsi delle domande laddove le risposte non sono sempre chiare ed esaustive.

P.S. In questi giorni è stata pubblicata la revisione del documento monotematico congiunto FLI (Federazione Logopedisti Italiani) e SSLI (Società Scientifica Logopedisti Italiani) “Aspetti comunicativi e linguistici nella valutazione e nel trattamento dei Disturbi Specifici di Apprendimento” .

Con questa (successiva in termini di tempo alla stesura del mio articolo che contiene quello che è il mio pensiero in merito già da molto tempo) si spera che ci possa essere davvero un sostanziale cambiamento nell’ambito dell’età evolutiva e che queste difficoltà o fragilità dei più piccoli vengano riconosciute e trattate attribuendo la giusta importanza all’ intervento multidisciplinare, agli aspetti psicologici, alla adeguatezza della esposizione a stimolazioni corrette , alle caratteristiche individuali e all’osservazione delle diverse tappe evolutive dei bambini anche in termini di prevenzione.

Papillon è on line dal 20 novembre, giornata Mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. E’ solo un caso. Ma è di buon auspicio.

Valeria Verna

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Commento

  • Mariantonietta Rufini

    Faccio l’insegnante e per questo ringrazio vivamente l’autrice di questo articolo per la chiarezza e il coraggio avuto nell’affrontare uno dei temi più pressanti per il mondo della scuola sul quale cadono continuamente leggi e circolari ministeriali basate su presupposti teorici alquanto dubbi.
    Grazie, perché quel che è necessario è esattamente la ricerca di un pensiero coerente e la possibilità di porsi domande per trovare il modo migliore per rispondere a chi non ha perso la “fiducia che un altro essere umano si prenderà cura di loro e li amerà in modo incondizionato permettendogli di crescere, di essere liberi di non dover somigliare a nessuno se non a loro stessi.”

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