DAD – Dove Andremo Domani. Intervista a Sara Lazzaro. Parte Prima.

DAD – Dove Andremo Domani. Intervista a Sara Lazzaro. Parte Prima.
Il docente è l’incontro!

Abbiamo intervistato Sara Lazzaro, docente di materie letterarie e vicepreside al Liceo Scientifico Statale G.B. Grassi, il primo liceo scientifico della città di Latina, nato nel 1965.

Ecco il colloquio che abbiamo avuto con lei sul tema della nuova didattica…

Nel doppio ruolo all’interno della scuola, come coordinatrice e come insegnante, avrai sicuramente una conoscenza delle diverse dinamiche scolastiche. Secondo la tua esperienza quali sono le difficoltà che gli insegnanti incontrano con gli studenti?

Qua si apre subito un mondo! C’è ancora tanta parte degli insegnanti che, purtroppo, utilizza una didattica di tipo tradizionale, troppo frontale e legata alla trasmissione delle nozioni, piuttosto che una didattica basata sull’idea di una condivisione del sapere.

Nel corso degli anni sono giunta all’idea che in fondo il docente non è un facilitatore, né un trasmettitore, ma è un “attivatore della conoscenza” e sono convinta che si possa arrivare a questo soltanto se c’è una dimensione relazionale di tipo affettivo; il che non significa che “ci vogliamo bene” in maniera superficiale, ma significa avere attenzione nei confronti dello studente e quindi cercare di capire quali sono le dinamiche emotive e cognitive che attivano la conoscenza e lavorare su quelle.

La tendenza all’utilizzo di una didattica troppo tradizione è più legato ai docenti di vecchia scuola oppure anche ai più giovani?

Anche io pensavo che fosse una questione generazionale, invece ho riscontrato negli ultimi 4-5 anni che i nuovi docenti non sempre sono all’altezza del ruolo che svolgono. Paradossalmente i più anziani, col tempo si sono saputi mettere in discussione molto più dei giovani. Credo sia una questione da un lato umana e personale, dall’altra penso che il modo in cui ancora oggi vengono reclutati i docenti non funziona. Sono arrivata ad avere questa attenzione per una mia formazione personale, non universitaria.

E quali sono le difficoltà che gli studenti incontrano con gli insegnanti?

Per quanto riguarda il rapporto degli studenti con i professori, è evidente che ci sia un divario generazionale. I sistemi di comunicazione e di apprendimento dei giovani sono cambiati e continuano a cambiare alla velocità della luce e oggettivamente molti di noi non riescono a stare al passo. Non può esserci più l’apprendimento mnemonico e teorico di una volta: quella era la nostra modalità di apprendimento, non può essere la loro. Se poi non percepiscono nemmeno la dimensione affettiva e l’interesse del docente allora viene meno qualsiasi forma di curiosità e tutto diventa meccanico.

La possibilità di interessarli e incuriosirli è tutta una responsabilità nostra perché il docente fa la differenza. Il docente è “l’incontro”! Io per esempio ho fatto una scuola molto tradizionale ma al biennio ho incontrato una docente meravigliosa, perché era talmente innamorata della letteratura greca, latina, italiana ed era talmente brava a spiegare che mi ha conquistata e appassionata. Io ho scelto in quarto ginnasio, cioè al primo anno delle superiori, di diventare docente… perché quello è stato il mio incontro! Quindi oggi se noi non pensiamo di essere un incontro, un’occasione per gli alunni secondo me abbiamo fallito il mandato.

Il ruolo degli insegnanti è sempre stato molto importante, sia per essere adulti di riferimento al di fuori dal contesto familiare sia perché possono essere considerati come coloro che facilitano la conoscenza. A quali aspetti dovrebbe porre attenzione un adulto per definirsi un valido docente? E sarà necessario rivedere il percorso formativo degli insegnanti a seguito della pandemia?

L’insegnante deve capire che il suo non è un lavoro come gli altri. Non puoi fare l’insegnante con un atteggiamento da impiegato. Non è possibile perché stai lavorando su materiale umano in formazione e tu sei responsabile della formazione umana prima ancora di quella cognitiva. I docenti dovrebbero aggiornarsi in continuazione e lavorare tantissimo sulla dinamica della relazione. Non solo per cercare di capire gli studenti ma anche per cercare di capire se stessi. L’insegnante dovrebbe avere il coraggio di chiedersi dove sbaglia, dove non capisce, dove ha interagito male.

Dobbiamo partire dal fatto che la didattica è fatta a due dimensioni: la relazione e l’apprendimento.

All’inizio del lockdown di marzo, ci hai detto che stavi affrontando con gli studenti tante novità. Cosa intendevi dire? Conservi ancora quell’entusiasmo legato ad un cambiamento epocale nella scuola?

Il lockdown forzato di marzo ha attivato non solo in me ma in molti altri docenti, anche i più restii, una serie di nuove energie perché volenti o nolenti ci siamo trovati a dover ripensare almeno al modo tecnico con cui fare la didattica. Tutti in teoria abbiamo cercato di staccarci dall’idea tradizionale del programma ministeriale e di puntare alle competenze, al saper fare, al saper comprendere, al saper capire. Per me è stata una grandissima scoperta perché pur utilizzando da sempre una metodologia didattica interattiva, utilizzavo poco una serie di strumenti che invece sono fantastici. Lo strumento tecnologico è diventato una occasione per rovesciare la classe. Noi decidevamo l’argomento che ovviamente era legato ai contenuti disciplinari e poi ognuno aggiungeva un’informazione, un’idea; organizzavamo le slide che nascevano dalle idee di tutti e poi io registravo la prima parte della lezione; il compito a casa era registrare la seconda parte. Paradossalmente il digitale ci ha costretti a trovare una modalità per cui sono soprattutto gli studenti a produrre il materiale mentre l’insegnante li coordina.

Per me è epocale l’idea che oggi, a differenza della seconda guerra mondiale in cui tanti bambini, ragazzi e studenti universitari hanno perso anni di scuola e formazione, la tecnologia ci permette di mantenere un collegamento e quindi di poter attivare comunque la didattica. Quindi ci permette di portare la scuola agli studenti.

Salvo poche eccezioni, l’introduzione della didattica a distanza è stata una novità assoluta.

Quali sfide è stato necessario affrontare?

Sicuramente la prima sfida immediata è stata la mancanza dell’accesso ad internet per moltissime famiglie.

E poi purtroppo sono rimasti indietro ancora una volta gli studenti legati a fasce sociali culturalmente più svantaggiate che hanno dato poca importanza al mantenimento di un contatto con la scuola.

La sfida ora è quella di dotare tutti, scuola compresa, di tecnologie adeguate, di una connettività all’altezza della situazione ma anche di strutture architettoniche adeguate. Perché non si può continuare a pensare di spaccare le classi in presenza e a distanza, ma si deve pensare a impianti di aereazione, strumenti di sanificazione con vapore per garantire la sicurezza.

Cosa è emerso di positivo, di nuovo, di non pensato prima della pandemia che possa essere mantenuto negli anni futuri?

Una cosa che mi spaventa è l’idea che la fine della pandemia significhi un ritorno alla vecchia scuola. Questo lo dobbiamo scongiurare in tutti i modi! L’organizzazione didattica di tipo tradizionale non possiamo più permetterla.

La didattica digitale integrata è invece un’esperienza importante e deve assolutamente essere mantenuta. Come abbiamo detto l’apprendimento deve essere collaborativo e dobbiamo abbandonare l’idea gentiliana di un apprendimento individuale.

La didattica integrata è poi una grande occasione per venire incontro alle differenti esigenze degli alunni. Io sono contraria al principio di uguaglianza nella scuola: per me gli unici principi validi sono il principio della solidarietà e della diversità. Cioè se ogni individuo è diverso e ha esigenze diverse, io devo cercare in qualche modo di andargli incontro. Il recupero on line per esempio potrebbe essere uno strumento che permette alla scuola di essere più flessibile e quindi garantire l’accesso agli studenti, anche a quelli che abitano lontano. La stessa cosa può avvenire per lo sportello di ascolto che può essere utilizzato in modalità online dai genitori con difficoltà lavorative.

E’ fondamentale ripensare alla modalità didattica ad un livello più profondo, anche teorico e non solo tecnico. Si devono attivare corsi di formazione sulla didattica online per acquisire competenze digitali. La didattica non può essere la lezione frontale trasferita su computer! Dobbiamo assolutamente trovare un modo di creare un’interazione che almeno permetta alla classe di sentirsi classe e non di sentirsi tante individualità collegate.

Con la DAD e gli strumenti tecnologici è possibile pensare al peer to peer?

A maggior ragione con la didattica a distanza! Ma la cosa fantastica è che gli alunni ci arrivano sempre prima. Il pomeriggio i compiti vengono fatti collettivamente collegandosi col computer. Hanno scoperto il magico mondo della tecnologia che sviluppa l’idea dell’apprendimento collaborativo. L’intelligenza emotiva di cui si interessa la moderna pedagogia non è mai qualcosa che si sviluppa solo individualmente.

La pandemia può essere considerata in due modi. Come una brutta parentesi che prima o poi ci permetterà di tornare allo stato precedente, tornando alle abitudini del 2019, oppure come un cambiamento epocale che potrebbe permetterci di andare verso un nuovo, separandoci dal passato. La scuola in che posizione si dovrebbe inserire?

La pandemia è stata certamente una brutta parentesi, per quello che ha significato in termini di lutto per tante famiglie. Io però sono convinta che la vita è anche una grande occasione per cui qualsiasi cosa arrivi deve in qualche modo innescare un cambiamento. Questo della pandemia è un cambiamento epocale anche per come ci relazioneremo alla natura. La scuola dovrebbe cogliere questa novità per trasformarsi. Non possiamo definirci vittime dei fenomeni della natura e dovremo imparare a relazionarci col mondo in modo meno violento.

Come ti immagini la scuola tra due anni?

Magari in maniera futuristica per questo paese, immagino una scuola che diventi l’asse fondamentale e il centro del territorio in cui i ragazzi possano trovare lo spazio per esprimere le loro esigenze e in cui possano svolgersi una serie di attività. Una scuola aperta almeno fino alle cinque del pomeriggio, dove i ragazzi, non da soli come a casa, dovrebbero fare i compiti, perché è a scuola che si attivano le competenze. Ad un certo punto, poi, ci deve essere una separazione, il recupero di un tempo privato che la scuola non può invadere. In famiglia i ragazzi devono viversi ben altro che i compiti a casa.

La scuola deve essere quindi uno spazio di socialità e di incontri, uno spazio culturale, aperto per tutto il giorno e aperto al territorio per chi la volesse utilizzare anche per attività che esulino della presenza degli studenti. Soprattutto una scuola che sappia rispondere alle esigenze individuali degli studenti e delle famiglie, che interagisca con il mondo esterno e sappia acquisire tutti gli elementi che arrivano dall’esterno come la tecnologia digitale per esempio, per essere una scuola al servizio della comunità e non che offra un servizio.

Da questa interessante intervista emergono aspetti cruciali che caratterizzano ormai da quasi un anno il vissuto degli studenti. All’incertezza sociale degli ultimi mesi, alla trasmissione di un messaggio molto spesso confusivo da parte delle istituzioni e più in generale degli adulti sul ritorno a scuola in presenza, all’utilizzo “politico” delle decisioni sulla didattica, dovrebbe fare da contraltare un coraggio e un messaggio diverso da parte degli insegnanti, che hanno lo scomodo ruolo di trasmettere certezza, una certezza nuova ai ragazzi che si trovano a subire scelte ed errori non dipesi da loro.

Il senso dell’incertezza di cui si parlava prima andrebbe chiarito: all’interno di essa sono spesso emerse nella storia qualità inaspettate dell’essere umano. Ma se si tratta di una incertezza che non fa nascere il cambiamento e resta ancorata alla realtà precedente, allora può far male, schiacciare di responsabilità e conflitti i ragazzi.

Buon lavoro agli insegnanti dunque, ora più che mai. E buon lavoro ai ragazzi, generazione obbligata a lottare contro tutto e tutti!

Maria Giubettini e Walter Di Mauro


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Commenti (2)

  • È stata una intervista viva che ha toccato criticità ed aspetti didattici che il lockdown ha evidenziato ma che si conoscevano da tanti anni. Ricordo che circa 40 anni fa si parlava già di una scuola aperta oltre l’orario normale di lezione per dare possibilità ai ragazzi di studiare non da soli e per far sì che la scuola non fosse solo un mezzo di cultura. Ottimo

  • L’articolo ha sicuramente toccato alcuni punti nodali, l’uso integrato delle nuove tecnologie l’apprendimento collaborativo l’organizzazione del tempo scuola ma soprattutto la costruzione di esperienze emotive che sollecitano la curiosità la crescita e l’autonomia. La scuola deve ripensarci e non permettere che le esperienze di questi mesi vengano cancellate da un ritorno alle vecchie routines. Bisogna avere il coraggio di cambiare e trasformare in nuova didattica le pratiche migliori che soso state sperimentate

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