ALCUNE RIFLESSIONI SULLA DISPERSIONE SCOLASTICA

ALCUNE RIFLESSIONI SULLA DISPERSIONE SCOLASTICA

Durante e dopo il lockdown, si è “fortunatamente” iniziato a parlare di scuola, dei problemi della didattica, degli strumenti e dei metodi di insegnamento, della realtà che vivono gli studenti e dell’importanza della scuola per loro. Soprattutto con l’utilizzo della didattica a distanza è emerso fortemente il tema della dispersione scolastica, in realtà una vecchia problematica che forse oggi possiamo affrontare con qualche idea in più.

Ma cosa si intende per dispersione?

Non si intende solamente il fenomeno dell’abbandono scolastico cioè dell’interruzione di un percorso di studio nel corso dello stesso o a fine anno ma anche la bocciatura con la ripetizione di un anno, le continue assenze, il basso rendimento o ogni situazione di rallentamento del percorso scolastico.

Per non parlare della forma indiretta di dispersione scolastica, forse ancora più insidiose: quella per cui lo studente riesce a raggiungere il titolo ma senza una adeguata formazione.

In Italia si stima che il tasso di dispersione scolastica secondo i dati Eurostat 2019 è del 14,5% della popolazione scolastica.

Abbiamo parlato spesso negli articoli di questo blog quanto siano importanti le competenze didattiche, sociali e di pensiero che si generano nel percorso scolastico per poter partecipare attivamente e consapevolmente alla vita sociale. Queste forme di insuccesso scolastico non sono, quindi, affatto irrilevanti.

Tanti studi e tante ipotesi sono stati fatti per spiegare i motivi di questo fenomeno. Sono state analizzate le caratteristiche socio-economiche della famiglia di origine e del contesto sociale di appartenenza, la capacità degli insegnanti di favorire la partecipazione degli studenti con un buon clima scolastico.

Analizzare questi aspetti è molto importante perché possono essere oggetto di interventi per modificarli e favorire quindi la scolarizzazione dei più giovani.

Vorrei però approfondire un altro aspetto e chiedere: perché un giovane ragazzo smette di studiare e abbandona la scuola? Cosa significa per lui farlo? Cosa sta abbandonando di preciso? Cosa ci vuole dire? Cosa pensa di se stesso e degli altri?

Partiamo dalla scelta scolastica…

Alla fine della scuola media come ci si orienta tra i numerosi indirizzi oggi disponibili per la scuola superiore? Un liceo o una scuola più professionalizzante? Studi più umanistici o più scientifici?

La scelta scolastica è un investimento, ma non nel senso economico del termine. È un investimento per l’identità dei ragazzi. Ma a volte la costruzione di questa identità, cui siamo stati chiamati tutti, non è facile. Adeguare l’evoluzione del corpo che si trasforma in adolescenza all’evoluzione della mente che da infantile deve diventare diversa, non avviene nello stesso modo per tutti, qualcuno non ce la fa a fare subito questo “scatto di crescita”. Se manca un valido senso interno di sé, si cercheranno le conferme solo esternamente, ci si affiderà completamente al mondo esterno rischiando un pericoloso conformismo che ci può far fare scelte sbagliate.

A volte una scelta dettata da motivazioni razionali o molto calcolate, con una idea di successo inteso come popolarità e ricchezza non assicurano il successo o la giusta motivazione. Anzi, si tratta di scelte omologate, senza la minima ricerca di realizzazione personale o di ricerca personale. Per questo si lavora molto nelle scuole superiori per l’orientamento in entrata (capire se si è fatti una scelta congrua con chi si è, o almeno con l’idea che mi sono fatto di quello che voglio diventare) e l’orientamento in uscita (al quinto anno, quando la scelta successiva si deve fare più raffinata e consapevole). Ho sentito tanti ragazzi appassionati di chimica o di letteratura tedesca, per esempio, diventare improvvisamente freddi e distaccati nel convincere me (o se stessi) della loro scelta universitaria orientata in una direzione quasi opposta ma che avrebbe portato a loro avviso un lavoro sicuro o alti guadagni.

L’indeterminatezza del sé di cui parlavamo può comportante un’altra difficoltà nei ragazzi…se non riesco in qualcosa, ad esempio a scuola, e inizio a prendere brutti voti, mi convinco davvero di valere poco. Potrei pensare che il tre che ho preso al compito di matematica sia il voto che “merito” come persona. Da qui all’abbandono della scuola il passo è breve.

Più in generale, per arrivare a conoscere e apprendere, cioè essere in grado di fare ipotesi da mettere a confronto con la realtà, per prima cosa devo essere in grado di sopportare il dubbio, l’incertezza, il non conosciuto finché non sarà conosciuto. Se vacillo internamente, diventa faticosissimo pensare e fare una ricerca. Non avrò curiosità e interesse per il mondo. Ecco allora i tanti studenti “svogliati” di cui si lamentano famiglie e insegnanti, che in realtà ci stanno dicendo di una difficoltà che va capita.

Anche perché chi rifiuta la scuola, chi dice di odiarla, di esserne disinteressato tanto da interrompere gli studi sta in realtà abbandonando qualcosa di più dello studio. La scuola è il primo luogo fuori casa dove si incontrano gli altri, dove si scopre che non si è soli e non tutti sono come noi e dove, soprattutto, si incontrano i primi adulti validi al di fuori della famiglia.

Ecco che un’altra importante, forse basilare, chiave di lettura per interpretare il fenomeno dell’abbandono scolastico è proprio la rottura di questi fondamentali rapporti e della socialità più evoluta di quella infantile che la scuola propone. È come se un ragazzo che abbandonasse la scuola rifiutasse in qualche modo di crescere. Ma se l’idea di crescita corrispondesse a quella di perdita? Se essere adulto agli occhi di un ragazzo significasse essere freddi, inquadrati, conformati, senza slanci, senza speranza, “giustamente” egli si ribella. Allora le possibilità, le speranze sono due: che i più giovani trovino un modo meno autodistruttivo di ribellarsi o gli adulti smettano di perdersi la freschezza dei più giovani!

Maria Giubettini

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Foto scattata da: Luis Quintero
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