25 aprile e primo maggio

25 aprile e primo maggio

Sono da poco passati il 25 aprile e il primo maggio, due feste “tipicamente di sinistra” e come al solito tra polemiche, manifestazioni clandestine e dichiarazioni di cantanti che vengono eletti a nuova immagine della sinistra, le domande importanti sono passate in silenzio.

Premetto che questo non vuole essere un articolo di polemica, ma mi piacerebbe per una volta tornare a pensare, a cercare di capire.

Il 25 aprile si celebra la Liberazione del nostro Paese dal fascismo per merito della Resistenza e mai come quest’anno mi chiedo cosa vogliano veramente dire queste due parole: fascismo e resistenza.

Mi chiedo se si possa veramente festeggiare la Liberazione, come se fosse una cosa appartenente al passato, una cosa ormai assodata.

Mi sembra che abbiamo sconfitto il regime, ma che il pensiero fascista ancora sia ben presente in Italia. Ma perché? Non dovrebbe essere scontato che è ingiusto perseguitare donne, immigrati o ribelli? Non dovrebbe essere una certezza che togliere la libertà di espressione o di pensiero è una cosa orribile? Eppure, non è così. Perché?

Forse dobbiamo cominciare a interrogarci su quale compromesso hanno fatto i nostri nonni e che noi abbiamo tacitamente accettato.

Sarà che siamo riusciti a opporci al fascismo materiale, quello ottuso e violento nel comportamento, ma non al pensiero fascista?

Quel pensiero che dice che un uomo deve essere forte e insensibile, che (per citare i Cure) i ragazzi non devono piangere, che le ragazze devono essere belle, ma non possono essere intelligenti e soprattutto non possono decidere da sole cosa diventare. Il pensiero che ancora propone che le donne e gli uomini si devono sposare e fare figli, altrimenti sono inutili.

Ma non sarà che il fascismo è in tutte quelle piccole frasi che sembrano innocue, che si sentono tutti i giorni dai genitori, dai professori, dagli amici? “Tu sei troppo sensibile”, “Gli uomini sono tutti uguali”, “Sei sempre insofferente, non ti va mai bene niente”. Come se essere sensibili fosse un problema o se essere incazzati per la violenza che propongono gli altri fosse sbagliato.

Soprattutto, non sarà che il fascismo sta nel guardare e imbruttire e non vedere chi, pur essendo il nostro opposto, si può capire?

Arriviamo quindi alla seconda parola di questi giorni: resistenza. Nell’ultimo anno questa parola è stata usata e abusata, ma nessuno su giornali e trasmissioni televisive si è fermato a chiedersi un attimo cosa veramente significhi resistere. È restare fermi aspettando che passi tutto? È indurirsi perdendo la sensibilità nel tentativo di non farsi scalfire? È far sparire ogni piccolo ago, ogni “frase innocua” che ci ferisce? Forse no.

Per me resistere dovrebbe essere tenere gli occhi bene aperti, non per non farci ferire, ma per sentire gli aghi e avere il coraggio di rispondere immediatamente: “No!”. Non è facile, penso ci voglia tutta una vita per impararlo.

Magari è per questo che esistono i fascisti, perché ribellarsi è faticoso. Perché dire di no porta lontano, ma alcune volte porta lontano anche dalle persone a cui si tiene. Magari si è fascisti quando si smette di lottare? Quando si accettano i compromessi come se fosse l’unica possibilità? Secondo me si diventa fascisti quando si perde la speranza di vivere innamorandosi.

Gioia Piazzi

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