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DIARIO DI UN SOGNO POSSIBILE

DIARIO DI UN SOGNO POSSIBILE

Quello con Gino Strada, o meglio con il suo pensiero, è uno di quegli incontri che fai per caso, mentre sei tutto preso da quello che stai facendo e che succede intorno a te, cercando di capirci qualcosa del momento che tu e il mondo in cui ti trovi a vivere state attraversando. 

La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altro diceva John Lennon.

Cresciuto in un posto dove “si faceva politica per forza”, nel dopoguerra italiano in cui man mano che l’odore del fumo e della polvere da sparo andavano diradandosi nell’aria si poteva tornare a respirare un vago sentore di futuro, a lui e ai ragazzi di quel tempo che sembra così lontano una mattina deve essere comparso qualcosa che accomuna la speranza e la vita.

Un po’ come gli egizi col sole, le marmotte con la primavera e i neonati col seno.

Cose così, che a un certo punto succedono.

Si vede che al nuovo occorre dare fiducia.

Studia medicina, dove incontra quella che diventerà l’amore della sua vita e che l’accompagnerà per il suo girovagare nel mondo, una di quelle storie tardo adolescenziali nate tra i banchi di scuola a cui a volte non dai troppo peso, per poi scoprire che è da lì che tutto si è rimesso un po’ in moto.

E’ durante una delle tante lezioni infatti che Gino si innamora della sua Chirurgia, ispirato da un professore capace di fare diagnosi “solo guardandoti in faccia, facendoti le giuste domande..” senza per forza dover prescrivere esami lunghi costosi o invasivi.

Leggere, ascoltare, interessarsi davvero al paziente.

Cose così.

Tipo provare a fare i clinici insomma.

Perché, anche se può sembrare che non ci siamo più abituati, la medicina in ogni sua forma è innanzitutto un rapporto che avviene in un dato momento e in uno specifico posto tra un essere umano ed un altro. 

Manco a dirlo tra una lezione e un esame lui si impegna nella vita politica d’assemblea, scrive articoli su “Medicina al servizio delle masse popolari” che non è un argomento, ma il giornale distribuito insieme a centinaia di volantini per le aule e i corridoi dell’università: ogni sabato una manifestazione di piazza, una riunione una ribellione una lotta, cose che hanno ben poco a che fare con pergamene merito e lodi, o con borse di studio titoli e baci (accademici!).

Né l’Argentina dei golpe né il Vietnam erano troppo lontani insomma, tutti per i diritti di tutti che all’epoca manco si parlava ancora di globalizzazione ma mi pare evidente che dei cosiddetti confini non importasse una mazza a nessuno di loro.

I diritti sono reali se sono di tutti, altrimenti sono privilegi di pochi.

Parte per l’America, segue cardiochirurgia, affascinato com’è dalle nuove tecniche di trapianto, gli offrono contratto sicuro e carriera brillante in uno degli ospedali più rinomati (e ricchi) degli USA.

Ci pensa, ovviamente.

Pensa all’Italia, ai suoi affetti, e ad un altro dei suoi docenti:

Curatore della collana “Medicina e potere” il Prof. Maccacaro rifiutava l’immagine del medico concentrato sulla sola biologia del corpo senza tener conto dell’ambiente di vita del paziente, e si batteva per far uscire la medicina dalle università, perché potesse cambiare la società radicalmente, nell’unico modo possibile.

Operando tra la gente.

Che senso ha praticare la medicina in un paese dove prima di domandarti cos’hai ti chiedono la carta di credito?

Così torna in Italia e fonda Emergency, che nell’espressione più sintetica che riesco a trovare può essere definita come un’idea di cura, per tutti.

Sono passati 30 anni esatti, era il Gennaio del ’94 e qualche giorno fa tornando a casa ho letto una scritta comparsa da poco su uno dei muri dell’università: “per diventare un eroe devi morire giovane, se vivi più a lungo finisce che diventi il cattivo”

Non so, mi ha ricordato un po’ quel “si nasce comunisti e si muore democristiani” al quale Gino non deve aver mai creduto, dimostrando con la sua storia come l’essere adolescenti, voler cambiare le cose che non vanno, lottare, ribellarsi, sperare e investire nell’umanità degli altri realizzando così anche la propria non sia affatto una questione anagrafica.

E nemmeno la borghesia.

Quella che ho cercato forse malamente di raccontare in questo articolo è parte della sua storia, della sua lotta contro la guerra, “malattia da cui il mondo deve e può guarire”, lui che non ha pensato a cosa avesse da offrirgli la medicina, lui che respingeva con fermezza chiunque volesse inquadrarlo, incasellarlo, tirarlo per la giacca:

Io non sono pacifista, io sono contro la guerra, diceva.

Ci sono sogni capaci di cambiare la realtà, rivoluzioni in grado di annidarsi e crescere nei posti più impensati e reconditi.

Di nuovo, al nuovo, occorrono tempo e conferme.

Il titolo è quello del suo ultimo libro, una di quelle letture che ti fanno sentire la spinta propulsiva ad essere parte del mondo, non semplice spettatore, versione scritta per i ragazzi più giovani del suo forse più celebre Una persona alla volta.

Un modo di vivere e di pensare.

Poco alla volta, anche agli altri.

Marco Randisi

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Foto scattata da: Hassan Ouajbir
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