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PARETI

PARETI

Il bambino, crescendo, sperimenta il proprio corpo. Si conta le dita, le colora, misura gli spazi, la propria velocità e la propria forza. Cammina per casa, inciampa. E mentre capisce che vive in un monolocale, nel tempo, costruisce sé stesso. Non utilizza ferro e cemento, ma la sua fantasia. Chi sono io e chi sono gli altri. Il mondo interno e il mondo esterno.

Mentre fuori è uno scienziato, dentro è un artista. Costruisce ponti con gli adulti e gli altri bambini. Le fondamenta le fa coi primi rapporti e a volte, non vanno come vorrebbe. I pittori lo sanno, a mischiare male i colori viene un casino. Basta una puntina di nero perché il bianco diventi grigio.

Poi il piccoletto cresce, ma non smette di costruire, con i lego e con le immagini. Il bello che c’è fuori arricchisce il bello dentro e quel monolocale interno cresce. Le stanze aumentano, si fanno più belle e lo spazio interno è maggiore. Ma a volte non va così. Se fuori non è così bello, lo spazio si riduce, si impoverisce. Può succedere che si confonda e al posto di un pensiero suo si intrufoli quello di chissà chi altro e che addirittura lo sostituisca e che quel monolocale sia in condivisione forzata. Ci si sente come se non si trovasse il proprio posto nel mondo.

“Ho sognato una casa, era vuota e spoglia…”

Quando poi i lego non sono più così interessanti e si innamora, quel monolocale non basta di certo, soprattutto se lui vorrebbe, ma qualcosa dentro dice che non si può. E c’è il rischio di viversi quella, possibile, carenza, come una mancanza. Credendo che la casa spoglia e vuota sia il destino, una propria realtà affettiva immutabile. Ma quella solitudine diventa isolamento e quello spazio si riduce ancora, diventando una camera. Un contenimento perfetto per la paura del mondo o meglio, pensare di non poterlo affrontare quel mondo e quei rapporti.

Quattro pareti che sembrano così rassicuranti o almeno più delle persone. Uscire da lì è come spogliarsi, sentirsi nudi. Perché se quelle quattro pareti (interne) non ci sono o sono danneggiate e manca pure il tetto…entra tutto: pioggia, vento, freddo.

Ma quella stanza diventa una gabbia.

“…era una casa a due piani, ero di sotto e non mi piaceva”.

I film horror ci insegnano che il mostro è sempre …in cantina! Ma se si trovasse il coraggio di scendere quelle scale, siamo sicuri che troveremmo un animale strano pronto a farci a pezzi?

…oppure troveremmo quel bambino che ha perso la sua fantasia? Ed è quella la vera mostruosità. Non ha saputo dire di no alla violenza degli altri, violentando le proprie possibilità. E l’interesse per gli altri e per il mondo si è perso.

Dopo il periodo del lockdown, molti ragazzi hanno deciso di continuare la quarantena…ma non per proteggersi dalla pandemia che abbiamo conosciuto tutti. C’è chi si è sentito soffocare rinchiuso a forza in casa per un mese, c’è chi invece ha disinvestito ancora di più trovando una sorta di “isola felice” circondato da mattoni.

La realtà della quarantena sembra avergli dato “un sollievo” dai rapporti sociali. Ed ora, lontani da quei giorni, non sembrano voler rinunciare a quell’isolamento.

Se da una parte è chiaro che si tratti di situazioni patologiche, in cui il ritiro sociale è uno dei sintomi, questa crescente condizione deve porci di fonte a delle domande.

Il panorama sociale, politico, culturale cosa offre ai ragazzi?

Perché se, individualmente, dei continui rapporti deludenti, e quindi violenti, possono portare un ragazzo ad ammalarsi e a perdere la voglia di stare nel mondo. Cosa può succedere ad una (o più) generazioni se la delusione e la violenza è politica/sociale/culturale?

L’interesse crescente verso la psicologia e la salute mentale dimostrato dalle generazioni più giovani fa ben sperare. Ma nel momento in cui, con estrema difficoltà, si decide di chiedere una mano… …che idea dello psicologo e della psicoterapia viene proposta dalle serie tv o da una certa psicologia da social? Spesso il professionista della salute mentale viene rappresentato come qualcuno che consola e consiglia e la psicoterapia come fondamentalmente una chiacchierata con chi dà un altro punto di vista, anziché un atto medico.

Gianluca Ambrosini

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Foto scattata da: Azra Tuba Demir
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