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HO UN ATTACCO DI PANICO…AIUTO!

HO UN ATTACCO DI PANICO…AIUTO!

Uno dei motivi per cui è nato questo blog è stato quello di dare la possibilità ai ragazzi di orientarsi nel variegato campo delle psicoterapie e delle cure psichiatriche in generale. Abbiamo sempre evitato di sbandierare la difesa di una teoria rispetto ad altre per favorire una serena riflessione sui contenuti senza scadere in sterili questioni di appartenenza che conducono quasi sempre ad una chiusura aprioristica impedendo il confronto.

Per un ragazzo è già molto difficile arrivare alla decisione di cercare un aiuto esterno ma spesso non sa che la psicoterapia non è affatto univoca. Mentre nella medicina organica c’è un protocollo definito, per cui ad una certa diagnosi corrisponde una certa terapia, questo non accade nella psicoterapia. Non sto qui a dilungarmi sul perché si è arrivati ad una situazione di questo tipo, accenno solamente al fatto che si è rinunciato alla cura e la parola guarigione è diventata vietata. Al suo posto si parla ormai di sostegno, contenimento, che ovviamente allargano le maglie dell’intervento. La cura costringe alla ricerca di una causa, di un’etiopatogenesi e di una diagnosi, mentre il sostegno si può fare in tanti modi. Anche la parola “malattia mentale” è scomparsa dai radar per lasciare posto a quella di “disturbo”, sicuramente più vaga. Conseguentemente ci si occupa ormai solo del comportamento manifesto disinteressandosi delle dinamiche interne che lo determinano. Poi c’è anche qualche mosca bianca che pensa che esista una cura e che, per essere tale, si devono affrontare le dinamiche profonde, inconsce, ma si tratta ormai di una minoranza. 

Oggi però vorrei lasciare da parte queste riflessioni, che rischiano di apparire astratte, per proporre uno spaccato di una seduta perché forse così ci si capisce meglio.

Molti anni fa venne da me una ragazza di quasi 19 anni. Era molto preoccupata perché aveva avuto degli attacchi di panico improvvisi. Non le era mai capitato prima ed erano insorti in situazioni apparentemente tranquille, mentre stava facendo lezioni di scuola guida. 

Una bella ragazza, intelligente, molto ben curata nell’aspetto, si era appena diplomata. Insomma, una brava ragazza, forse troppo…

Mi racconta un po’ la sua storia: stava da 5 anni con un ragazzo, un rapporto stabile e tranquillo. Con il padre non era mai riuscita ad aprirsi veramente mentre con la madre era più in confidenza. Mi dice che i suoi genitori si sono messi insieme quando la madre aveva 14 anni e da allora sono rimasti sempre uniti. 

Aveva avuto gli attacchi di panico mentre faceva lezione di scuola guida. Le chiedo se facesse lezione sempre con lo stesso istruttore e mi risponde di no ma con l’altro non aveva avuto problemi. Allora le dico di parlarmi dell’istruttore incriminato e dopo qualche tentennamento, arrossendo un po’, finalmente esce dalla gabbia della brava ragazza e mi dice che è un ragazzo bellissimo, meraviglioso…insomma si capiva che le era piaciuto tantissimo!

Cosa possiamo comprendere da questo stralcio di seduta? Che la ragazza aveva l’idea, più o meno cosciente, che avrebbe ricalcato i passi di sua madre. L’identificazione con la madre aveva completamente avvolto la sua identità di fondo, aderendole come un guanto fino a nasconderla e la portava a credere che il suo destino fosse già scritto: si mette col ragazzo a 14 anni (come la madre), poi si sarebbe sposata con lui, i figli…e vissero tutti felici e contenti! Insomma, una vita normale, già tracciata, senza grossi scossoni, finché non avviene l’incontro con l’istruttore che rischia di mandare in pezzi la gabbia dorata dell’identificazione e fa capolino l’idea proibita di cercare una propria realizzazione.

Da qui gli attacchi di panico. Si sente morire perché ormai non distingue più la sua identificazione con la madre dalla sua vera identità e la morte della sua identificazione, che le permetterebbe finalmente di realizzarsi, viene vissuta come la propria morte. Il vissuto  di soffocamento è il soffocamento di quello straccetto di identità residuo che non ce la fa a ribellarsi.

Quindi potremmo dire che in questo caso gli attacchi di panico, per quanto sgradevoli ed angoscianti, rappresentassero forse l’unica possibilità per la ragazza di farsi una sana crisi, sicuramente non facile, per aprire poi la strada ad un cambiamento radicale della propria vita. In questo risiede l’importanza di occuparsi nella psicoterapia delle dinamiche profonde che sottendono il comportamento. Nel nostro caso inoltre ci ha permesso di rendere il sintomo comprensibile, eliminando così quell’angoscia della minaccia incombente di qualcosa di inspiegabile, di estraneo, che potrebbe manifestarsi da un momento all’altro e dalla quale non ci si può liberare mai del tutto.

Viceversa, se ci si orienta sul comportamento, come purtroppo ormai sembra essere la norma, l’unico intervento sarà cercare di trovare la tecnica giusta e/o il farmaco giusto (spesso le due cose vanno a braccetto) per scacciare via al più presto quel sintomo angosciante. Non so e non mi interessa sapere a cosa sia dovuto – dirà lo psicoterapeuta o lo psichiatra di turno – mi interessa rimettere al più presto la paziente nella condizione di condurre una vita “normale”. Malignamente mi verrebbe da dire che poi, nel corso del tempo, dagli ansiolitici si passerà agli antidepressivi!

Credo sia lecito scegliere una strada rassicurante, delegando all’esperto di turno di liberarci da quel sintomo insopportabile ma credo sia altrettanto lecito che si sappia che ci sono modi completamente diversi di affrontare lo stesso problema. 

Marco Michelini

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Foto scattata da: krivitskiy
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